Monastero di Santa Radegonda
Edoardo Rossetti
Milano, via Santa Radegonda.
(edificio non più esistente).
Disegni di Paravicini: BAMi, S.P.II.217, quaderno 8, cc. 8, 9, 32-43, 49 (numerazione originale cc. 6r, 7r, 34r, 35r, 36r, 37r, 38r, 39r, 40r, 41r, 42r, 43r, 44r, 45r, 48r).

©Veneranda Biblioteca Ambrosiana/Mondadori Portfolio
I quindici disegni a matita datati «Milano, 3 agosto 1886», che Paravicini dedica al chiostro di Santa Radegonda contengono precise misure – sia delle campate che delle singole parti di capitelli e basi – e per questo costituiscono un prezioso tassello per la storia artistica del cenobio. Gli schizzi sono comunque quanto resta di un progetto incompiuto o non completamente pervenuto alla contemporaneità perché mancano sia gli appunti volanti che dovevano completare i rilievi, che le versioni definitive dei disegni; per questo motivo i riferimenti all’alfa numerazione dei capitelli del chiostro prevista da Paravicini in due fogli (6, 34) non risulta del tutto chiara. Mai presi in considerazione nello studio del complesso ecclesiastico, i disegni completano il materiale grafico noto su Santa Radegonda inserendosi tra la dettagliata mappa firmata da Vincenzo Seregni (Bianconi 1780, VIII, c. 27) e i ben più tardi rilievi del 1924 di una parte già ampiamente alterata del chiostro (Patetta 1987, p. 382). Se l’edificio originale è scomparso molti materiali lapidei in esso presenti sono ora conservati presso le collezioni del Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco. La schedatura più recente di questi materiali e un sunto delle vicende del cenobio si devono a Stella Ferrari (2012, pp. 207-230, schede nn. 209-252) ed Edoardo Rossetti (2013, II, pp. 427-428, schede nn. 819-820). Paravicini è comunque qui interessato alla fase duecentesca del chiostro dedicando a quella quattrocentesca la sola bozza di alzato a c. 7. Le due mappe del chiostro (cc. 6, 34), entrambe orientate con l’ala nord a destra, evidenziano tutta l’asimmetria del complesso, il chiostro era formato da tre lati di porticato del XV secolo che si innestavano su uno precedente. Anche il sistema architettonico del Quattrocento era del tutto irregolare – dato che non si registra dalla pianta di Seregni – e Paravicini registra campate di larghezza variabile dai 5 metri e 91 della luce dell’arco di ingresso verso sud alla media di tre metri per il resto del porticato rinascimentale su colonne (da 2,90 a 3,22), per un’altezza complessiva circa sei metri al marcapiano. Attenzione peculiare è però prestata dal Paravicini al sistema architettonico dell’ala nord, quello più antico, datato dalla critica al XIII secolo forse su preesistenze, comunque in un’epoca in cui si registra il rinnovo del complesso e il pagamento a magistri e lavorerieri a partire dal 1253 (Baroni 2005, pp. 120-125; Ferrari 2012, p. 208). I disegni riguardano infatti prevalentemente le due campate dell’angolo nord-ovest del chiostro, una delle quali fu ricomposta dopo il 1897 nel Museo Patrio Archeologico da poco trasferito al Castello Sforzesco. Un dato che potrebbe mettere in discussione datazione e ricostruzione di questa ala del complesso è l’ultimo schizzo di Paravicini che mostra per queste campate una copertura a tutto sesto e non a sesto acuto come invece nei rilievi del 1924 (c. 58).
Il complesso monastico di Santa Radegonda sorgeva accanto al Duomo nel luogo ove ora si trovano l’omonima via e il palazzo della Rinascente. Insieme a Santa Maria di Aurona, al Monastero Maggiore, al Monastero del Lentasio era uno dei cenobi femminili, poi benedettini, tra i più antichi di Milano essendo una derivazione degli antichi monasteri longobardi di Santa Maria o San Salvatore sorti attorno al VIII secolo probabilmente per volere della regina Wigelinda e rinnovato durante il secolo XI forse per volontà di Agnese di Poitiers moglie di Enrico III. La prima menzione della dedicazione a Santa Radegonda è del 1042 (Vittani, Manaresi 1933, ad indicem; Le pergamene 1967, pp. 175-213; Le pergamene 1993). Sito presso le cattedrali, il monastero era così importante da custodire l’archivio del presule milanese, almeno fino al saccheggio delle carte arcivescovile operate dai Visconti nei primi anni del XIV secolo (Corio [1503], ed. Morisi Guerra 1978, I, p. 632). Nel 1455 si ipotizzò l’acquisizione del complesso da parte della Fabbrica del Duomo per costruire sul sito del cenobio il nuovo arcivescovado realizzando un polo urbanistico di particolare rilevanza con i palazzi ducali e arcivescovili posti in parallelo ai due lati della nuova cattedrale (Marcora 1954, pp. 247-248, nota 24).
Nel XV secolo le benedettine di Santa Radegonda vantavano tra le loro fila consorelle dai cognomi meno prestigiosi rispetto a quelle di altri cenobi cittadini. Durante il Quattrocento il monastero avesse probabilmente perso la posizione di prestigio ricoperta nei secoli precedenti, ma il centro religioso continuò ad attirare donazioni durante il XV secolo da parte di esponenti di famiglie mercantili milanesi verosimilmente stanziate in zona (Bossi, Crippa, da Inzago; si veda Patetta 1987, p. 383, nota 6). Negli ultimi decenni del secolo si attuò probabilmente un rinnovamento architettonico e decorativo dell’intero complesso, ma anche una riduzione all’osservanza delle religiose. In questi anni Santa Radegonda poteva contare sulla presenza di Arcangela Botta, figlia del maestro delle entrate Giovanni e sorella del vescovo di Tortona e del potente Bergonzio Botta. Quest’ultimo ricorda la sorella in uno dei suoi testamenti (ASMi, Notarile 1870, notaio Antonio Zunico, 1489 ottobre 19) e con i suoi contatti a corte, nonché con la sua personale e notevole attività di mecenatismo può avere contribuito in qualche modo al rinnovo del monastero (Giordano 1978, pp. 233-279; Merzagora 2002; Martinis 2016; Martinis 2021, pp. 111-170). Un’altra famiglia che doveva avere rapporti particolari con il cenobio era quella dei Tosi o Tonsi. Una tomba (1523) del ventunenne Martino figlio di Michele Tosi e di Caterina Miselli («quel bellissimo mausoleo appoggiato alla parete sinistra della chiesa […] stimabilissimo sì per la sua struttura, che per la ellegante iscrizione») era ricordata da Venanzio De Pagave (cfr. infra) e in effetti tra le carte del notaio milanese Alberto Sansoni (particolarmente attivo per le monache e per la Fabbrica del Duomo) si registrano le disposizioni testamentarie di una Pietra Tosi, figlia di un fu Michele (forse prozia di Martino), che disponeva di essere inumata in Santa Radegonda (ASMi, Notarile, b. 3490, notaio Alberto Sansoni, 1491 febbraio 26).
Nel XV secolo, i lavori interessarono il chiostro, il refettorio e la stessa chiesa e furono essenzialmente volti ad armonizzare un complesso di edifici aggregatosi nei secoli e risultato assai eterogeneo. Il chiostro (di circa 20 metri per lato) rimase irregolare ebbe la veste parzialmente rifatta lungo i lati occidentale e meridionale (verso la chiesa). Il refettorio (circa 25 x 7 mt), con tutta l’ala attigua verso San Raffaele, fu edificato di nuovo e da esso provengono verosimilmente i peducci tardoquattrocenteschi entrati nel Museo Patrio Archeologico nel 1896 (Rossetti 2013). La chiesa, doppia come negli altri monasteri femminili milanesi, mantenne una struttura irregolare ulteriormente alterata dalle modifiche barocche. L’aula interna riservata alle monache conservava però fino alla fine del XVIII secolo le tracce artistiche quattrocentesche più interessanti e attirò perfino l’attenzione di Venanzio De Pagave. L’erudito e collezionista ricorda la chiesa di Santa Radegonda come la prima opera di Bramante a Milano datandola attorno al 1476: «nell’interna conservò il metodo più semplice addattandolo alla qualità del luogo, che tutto doveva occuparsi a comodo delle monache; onde risparmiò qualunque sorte di rissalto e persino il marmo ne’ capitelli delle lesene, forse perché le monache non erano al caso di spendere, o fors’anche per far vedere che col penello potevasi supplire al bisogno di qualunque ornato. Il coro interno è vasto, non che tutto ricoperto da cima a fondo di pitture sul muro, alcune rappresentanti li fatti più insigni della vita del Salvatore, altri diversi passi della Scrittura. E la volta fatta a tutto tondo è pur dipinta a rosoni sul gusto di Bramante» (V. De Pagave, Dialogo tra un forestiere ed un pittore che si incontrano nella basilica di San Francesco Grande in Milano, Milano, Civica Biblioteca d’Arte, ms. XVIII sec., D.221, pp. 94-97). Se risulta insostenibile l’attribuzione delle pitture a Bramante, mancando la costruzione ed essendo nota la tendenza di De Pagave nell’attribuire all’urbinate gran parte della produzione quattrocentesca milanese, le note dell’erudito restano l’unica traccia che testimonia come le religiose dovettero rinnovare la loro chiesa in modo rapido e poco dispendioso rivestendola di una nuova aggiornata veste pittorica. Soppressa la chiesa nel 1781, il complesso fu sventrato (1784) dall’apertura della nuova strada progettata da Giuseppe Piermarini che prese il nome di via Santa Radegonda. Parzialmente demolito nel 1801 con la costruzione del Teatro di Santa Radegonda, subì la completa distruzione a partire dal 1885 per la costruzione della centrale elettrica della Società Edison; fu proprio questo ente a donare i resti fittili e lapidei al Museo Patrio Archeologico. Tra essi comparivano alcuni capitelli “bramanteschi” che oggi non si rintracciano nei depositi dell’attuale Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco e sono forse quelli sommariamente abbozzati ma attentamente misurati da Paravicini (c. 7). Tra il 1897 e il 1900, molti degli elementi duecenteschi – quelli ritenuti più interessanti – furono rimontati in Castello nella sala II, in una sorta di ricostruzione di una campata del chiostro di Santa Radegonda e in questa sede rimasero fino all’allestimento dello studio BBPR (Carotti 1897, pp. 412-414; Carotti 1898, pp. 364-368; Reggiori 1925; Mezzanotte, Bascapè 1968, p. 178; Patetta 1987, pp. 380-383; Sannazzaro 1992; Gambardella 1998-1999).
Bibliografia estesa:
Baroni 2005 = Franca Baroni, Le pergamene e i libri dei conti del secolo XIII del monastero di S. Radegonda di Milano, Milano 2005.
Carotti 1897 = Giulio Carotti, Relazione sulle antichità entrate nel Museo Patrio di Archeologia in Milano nel 1896, «Archivio Storico Lombardo», 23 (1897), pp. 395-420.
Carotti 1898 = Giulio Carotti, Relazione sulle antichità entrate nel Museo Patrio di Archeologia in Milano (Palazzo di Brera) nel 1897 e nel 1898, «Archivio Storico Lombardo», 24 (1898), pp. 356-399.
Corio [1503], ed. Morisi Guerra 1978 = Bernardino Corio, Storia di Milano, a cura di A. Morisi Guerra, 2 voll, Torino, UTET, 1978.
Ferrari 2012 = Stella Ferrari, Il complesso monastico di Santa Radegonda (con schede), in Museo d’arte antica del Castello Sforzesco. La scultura lapidea. Tomo I, a cura di Maria Teresa Fiorio, Milano, Electa, 2012, pp. 165-188.
Gambardella 1998-1999 = Chiara Gambardella, La plastica architettonica dell’ex monastero di S. Radegonda a Milano, tesi di laurea, relatore Silvia Bianca Tosatti, correlatore Paolo Piva, Università degli Studi di Milano, aa. 1998-1999.
Giordano 1978 = Luisa Giordano, Braduzzo, in Pavia. Architetture dell’età sforzesca, a cura di A. Peroni, M. G. Albertini Ottolenghi, D. Vicini, L. Giordano, Torino 1978.
Le pergamene 1967 = Le Pergamene del XII secolo del monastero di S. Radegonda conservate presso l’Archivio di Stato di Milano, a cura di M. F. Baroni, «ACME», 19 (1967), pp. 175-213.
Le pergamene 1993 = Le pergamene milanesi del secolo XII conservate presso l’archivio di Stato di Milano: S. Radegonda, S. Sepolcro, S. Silvestro, S. Simplicianino, S. Spirito, S. Stefano, a cura di M. F. Baroni, Milano 1993, pp. 1-50.
Marcora 1954 = Carlo Marcora, Frate Gabriele Sforza, arcivescovo di Milano (1454-1457), in «Memorie Storiche della Diocesi di Milano», 1 (1954), pp. 236-331
Martinis 2016 = Roberta Martinis, Il castellano, il bisconte, Gian della Rosa, Borgonzio, il duca : gli “edifiti di Bramante”a Milano nella lista di Leonardo da Vinci, in Courts and courtly cultures in early modern Italy and Europe, a cura di Simone Albonico, Serena Romano, Roma, Viella, 2016, pp. 289-320
Martinis 2021 = Roberta Martinis, Anticamente moderni. Palazzi rinascimentali di Lombardia in età sforzesca, Macerata, Quodlibet, 2021.
Merzagora 2002 = Paolo Merzagora, Il palazzo per Bergonzio Botta a Milano, in Bramante milanese e l’architettura del Rinascimento lombardo, a cura di C. L. Frommel, L. Giordano, R. Schofield, Venezia 2002, pp. 261-280.
Mezzanotte, Bascapè 1968 = Paolo Mezzanotte, C. G. Bascapè, Milano nell’arte e nella storia, Milano 1968.
Patetta 1987 = Luciano Patetta, L’architettura del Quattrocento a Milano, Milano 1987.
Reggiori 1925 = Ferdinando Reggiori, Il monastero di Santa Radegonda, «Città di Milano» 41 (1925), gennaio, pp. 6-8.
Rossetti 2013 = Edoardo Rossetti, Capitelli del XV secolo del monastero di Santa Radegonda a Milano, in Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco. Scultura lapidea. Tomo secondo, a cura di Maria Teresa Fiorio, Milano, Electa, 2013, pp. 427-428.
Sannazzaro 1992 = Giovanni Battista Sannazzaro, Radegonda [chiesa di S. ], in Dizionario della Chiesa Ambrosiana, Milano 1992, vol. V, p. 2989.
Vittani, Manaresi 1933 = G. Vittani, C. Manaresi, Gli atti privati milanesi e comaschi del secoloXI, Milano 1933, ad indicem.
