Tito Vespasiano 
Paravicini

L’attività di disegnatore di Tito Vespasiano Paravicini è poco conosciuta e obiettivo di questa sezione è quella di rendere conto del materiale grafico sopravvissuto di questo singolare studioso e architetto. Quello di Paravicini era verosimilmente un progetto complessivo di studio dell’architettura del Rinascimento, ma non solo. Un impegno probabilmente frustrato dalla consapevolezza del potere della fotografia, tecnica in piena diffusione durante la vita dell’architetto. Ciò che rende importanti i disegni di Paravicini sono due fattori: (1) l’attenzione pressoché spasmodica alla stratificazione degli edifici; i suoi disegni e i relativi appunti registrano puntualmente e minuziosamente l’intero palinsesto della costruzione; (2) l’attenzione anche a quella che si potrebbe definire “architettura minore”, costruzioni in via di distruzione che lo studioso cerca di fissare nella memoria dei fogli, non solo come singoli casi ma come parte di un generale paesaggio storico in disfacimento.

Il suo “progetto” riverbera anche dalle parole introduttive al suo volume sulla Storia delle arti e del disegno in Italia:

«avrei volentieri rinunziato all’onorevole incarico di scrivere questa terza ed ultima parte della Storia delle arti del disegno in Italia […] se non che, dovendo il mio lavoro aggirarsi intorno all’epoca più splendida dell’arte italiana, come è quella del Risorgimento, alla quale da oltre vent’anni ho assiduamente rivolto i miei studi e le mie ricerche, e trovandomi anche possessore di non pochi documenti inediti e di rilievi dal vero di monumenti del tempo, e più ancora la trascuranza ed il malvolere degli uomini, hanno distrutto od intieramente svisati» (Paravicini 1879, p. 1).

L’obbiettivo come descritto nella lettera ai lettori che apre il fallimentare progetto della rivista «Albo dell’architetto», 1 (1874), ripercorre pienamente le raccomandazioni di Morris: «è di somma necessità, per l’attuale sviluppo dell’arte edilizia, che l’architetto abbia congnizioni il più possibile esatte, dei diversi stili, non soltanto perché le sue composizioni riescano armoniche, ma assai più pei ristauri che può essere chiamato a fare, i quali esigono una scrupolosa e completa conoscenza dei caratteri propri di questo o di quell’altro edificio; del modo proprio di ciascun architetto; del tipo speciale dell’epoca, del paese, ecc. ecc. Tali cognizioni non si possono acquistare che dall’esame di un gran numero di monumenti e dal rilievo delle loro parti caratteristiche, il quale esame richiede tempo non breve, spese non indifferente e molta perseveranza di studi. Raccogliere e descrivere tutti quei monumenti, o quelle parti di essi, che ponno interessare e tornare utili all’ingegnere-architetto, sia sotto il rapporto archeologico, che sotto il rapporto artistico, e corredarli di quelle note che valgano a dare una chiara idea del monumento ed in certa qual maniera a completarne i disegni, affinché possano servire di studio e di modello, è uno degli scopi che mi sono prefisso con questa pubblicazione; la quale, col presentare i lavori più lodati e più generalmente riconosciuti per ottimi, contribuirà, nel medesimo tempo, ad introdurre nel nostro paese il buon gusto nell’arte edilizia. L’architetto non deve essere soltanto artista, ma deve conoscere completamente l’arte della costruzione e si deve rendere famigliari i valori intrinsici e relativi dei materiali di costruzione, ed i caratteri ed i bisogni d’ogni sorta di edificii cittadini e rusticani; poiché il più delle volte questi sono uniti agli altri, o possono vantaggiosamente far parte della decorazione dei giardini, dei parchi e delle ville stesse» (Paravicini 1874, pp. 3-4).

Vale la pena di sottolineare che l’iniziativa, e in generale tutto il progetto Paravicini, erano trattati con una benevola sufficienza dalla redazione dell’Archivio Storico Lombardo (6 [1879], pp. 212-213; firmata da «H.»), definita opera da «meritar considerazione ed elogio, è già per sé stesso impresa difficile molto scabra», le prove del Paravicini «benché non rispondano tutte, né per ordine, né per bontà d’esecuzione al bisogno e al nostro ideale meritano sincero incoraggiamento» «potevano dal professor Paravicini essere meglio eseguite tano sotto l’aspetto tipico quanto sotto l’artistico, e più saviamente coordinate». Soprattutto si evidenziava quello che probabilmente è il vero punto di anacronismo dell’iniziativa di rilevale e disegnare tutti questi edifici «cose che già in gran parte esistono ben fotografate».

 

Tito Vespasiano Paravicini (1830-1899).

Ruskiniano e in contatto con la britannica SPAB (Society for the Protection of Ancient Buildings) di William Morris, l’architetto Tito Vespasiano Paravicini fu radicale sostenitore del restauro conservativo e attento non solo alle principali emergenze, ma soprattutto al contesto originario dei manufatti e al tessuto urbano in via di disgregazione. Fu spesso in contrasto con i suoi contemporanei, sostenitori di restauri integrativi, della restituzione della forma ideale del monumento e concentrati solo sugli edifici più noti.

Amedeo Bellini (2000, p. 7) definiva il Paravicini «per molti versi degno di attenzione e invece del tutto trascurato dalla critica a lui contemporanea e da quella successiva alla sua scomparsa». In particolare la figura dell’architetto e professore di disegno in un istituto tecnico milanese è stata oggetto di una vera e propria damnatio memoriae, specie dopo la pubblicazione sul Times di un suo appello a William Morris e agli intellettuali inglesi per la salvaguardia del patrimonio monumentale italiano, in pericolo a causa di distruzioni e restauri che non si esitava a definire vandalici (The Collected Letters II, pp. 107-109, doc. n. 791); operazione interpretata in Italia come poco patriottica e offensiva che costò all’architetto una sorta di processo e una radiazione dal gotha culturale milanese.

All’incirca tra gli anni Sessanta e Ottanta del XIX secolo, Paravicini abbinò alla sua attività professionale di progettazione un’intensa e dettagliata campagna di rilievi dedicata ai monumenti tardomedievali e rinascimentali nella zona geograficamente concentrata tra Milano e il Canton Ticino.

È da puntualizzare che questa produzione grafica risulta del tutto peculiare nel panorama dei disegni ottocenteschi noti per l’area geografica presa in esame: i disegni rivelano una precisione di rilievo inusitata, specie nei taccuini dove sono indicate le misure di ogni dettaglio architettonico e decorativo. Lo studio di ciascun edificio risulta quindi condotto con spirito filologico scientifico. Ad arricchire ulteriormente la prospettiva dei propri esercizi, il Paravicini abbina a questo tipo di rilievo una ricerca archivistica condotta in proprio (come nel caso di San Satiro), o forse attraverso figure quali quelle di Pietro Ghinzoni (1828-1895; cfr. Bellini 2000, p. 18) o del ticinese Emilio Motta (1855-1920). Paravicini dimostra in questo senso un atteggiamento assolutamente moderno nell’evitare di scindere l’analisi del monumento, la sua rappresentazione e lo studio del documento.

Tito Vespasiano Paravicini (1830-1899).

A Ruskinian who had contacts with William Morris’s SPAB (Society for the Protection of Ancient Buildings) in Britain, the architect Tito Vespasiano Paravicini was a radical supporter of conservative restoration. He was concerned not only with outstanding works, but above all the original context of the buildings and the urban fabric then in the process of decay. He often clashed with his contemporaries, supporters of integrative restoration, of restoring the ideal form of the monument and concentrating only on the best-known buildings. Amedeo Bellini (2000, p. 7) has described Paravicini as “in many ways worthy of attention yet completely neglected by the critics during his lifetime and after his death”. In particular, the figure of the architect and professor of drawing in a Milanese technical institute was subjected to a veritable damnatio memoriae, especially after the Times published his appeal to William Morris and British intellectuals to assist in the preservation of the Italian monumental heritage, endangered by destruction and restoration which he did not hesitate to describe as vandalism (The Collected Letters II, pp. 107-109, doc. no. 791). This action was seen in Italy as unpatriotic and offensive, and cost the architect a sort of trial and expulsion from the Milanese cultural élite.

The bibliography on Paravicini is limited to the fundamental studies by Amedeo Bellini, which focus on the restoration of monuments in the 19th century (Bellini 1992; Bellini 1995; Bellini 2000; with a review in Mezzanotte 2001), with the exception of a contribution by Daniela Lamberini in the SPAB which highlighted Paravicini’s key role on the Italian scene and in the international context, as well as the modernity of his thought (Lamberini 1998, pp. 19-26). An indispensable resource is the recent general repertoire of the Paravicini Collection at the Biblioteca Ambrosiana in Milan (Bellini 2013).

Between about the 1860s and 1880s, Paravicini combined his professional design work with an intense and detailed survey of late medieval and Renaissance monuments in the area geographically comprising Milan and Canton Ticino.

It should be pointed out that this graphic production is quite distinctive in the panorama of 19th-century drawings known for the geographic area examined: the drawings reveal an unusual precision, especially in the notebooks, where Paravicini recorded the measurements of each architectural and decorative detail. The study of each building was therefore conducted in a scientific and scholarly spirit. Paravicini further enriched the scope of his work by combining this type of survey with archival research conducted in person (as in the case of San Satiro), or perhaps through figures such as Pietro Ghinzoni (1828-1895; Bellini 2000, p. 18) or the Ticinese Emilio Motta (1855-1920). In this respect Paravicini showed an absolutely modern attitude by avoiding separating the analysis of the monument from its representation and the study of the relevant documents.