Milano, Chiesa di Santa Maria del Giardino

Chiesa di Santa Maria del Giardino a Milano

Disegni Paravicini: III.St.E.XIV, volume 31, tavole 16, 17 (numerazione originale 12, 13).

Disegni della chiesa in via demolizione. I disegni sono all’esposizione di Torino (1884, p. 119, n. 263): «Milano: Chiesa nel monastero di Aurona – Portico del convento di S. Spirito – Casa in via Torino n. 10 e 12 – Chiesa del Giardino – Camino ora al Museo Poldi Pezzoli _ Porta della casa via San Romano n. 17 – Portico della Canonica di S. Ambrogio – Casa Rabbia sulla piazza S. Sepolcro – Lazzaretto – Casa lungo il Naviglio di S. Sofia (un album di tavole 40)». Corrisponde probabilmente al volume 31 (BAMi, III.St.E.XIV), già denominato Ducato di Milano, volume 17.

©Veneranda Biblioteca Ambrosiana/Mondadori Portfolio

 

Milano, via Manzoni, 5, 7 (angolo via Romagnosi, strada che taglia in due l’originario complesso).

(edificio non più esistente)

 

La chiesa di Santa Maria del Giardino luogo di culto demolito nel 1865 che dava il nome alla corsia di Porta Nuova, detta appunto del Giardino (via Manzoni), e si ergeva nello spazio in parte occupato dall’attuale via Romagnosi. Nasceva nel 1452 in centro città su impulso del mercante Gian Rodolfo Vismara come cassina, ovvero uno spazio aperto circondato da pilastri a sostenere un semplice tetto a due falde, utile a riparare dalle intemperie gli auditori delle prediche. Una vera e propria cascina alla lombarda «ubi fratres minorum predicant verbum dei», un luogo unico nel suo genere, cioè una piazza coperta ampia 32×51 metri con un’altezza di 32 metri al colmo degli archi acuti che reggevano il semplice tetto a capanna, capace di forse cinquemila persone, costruita in centro città ad uso dei minori osservanti di Sant’Angelo o Santa Maria degli Angeli. Il terreno prescelto è quello di un giardino ducale sorto sulle demolite case dei Torriani nel centro della città, nel sestiere di Porta Nuova. Un’area in cui si infittiscono gli interessi dei francescani osservanti stanziati in Sant’Angelo fuori le mura, ma con i terziari che li sostengono abitanti di fronte al cantiere del Giardino. A rendere conto dell’immensità dello spazio sono solo i disegni della demolizione di Paravicini uniti a quelli di Luigi Canonica (in particolare Archivio del Moderno di Mendrisio, Fondo Canonica, 3, D 22), entro i quali compare l’immagine ristrutturata dell’invaso destinata a diventare un vero e proprio centro commerciale (Tedeschi 2011).

L’architetto è Ambrogio da Orsenigo, tra il 1452 e il 1455 fervono i lavori con una spesa di 3.445 lire imperiali, 6 denari e 11 soldi su progetto dell’ingegnere Ambrogio Orsenigo (Noto 1962, pp. 21-23). L’Orsenigo con Cristoforo da Monza (pittore), Niccolò e Leonardo da Varallo (vetrai) avevano lavorato anche per un altro importante luogo milanese, la cappella del Luogo Pio della Misericordia in San Tommaso in Terramara di Porta Comasina (Bascapè, Rebora 2001, p. 82).

È rimasto purtroppo in gran parte inedito il lavoro di Laura Andreozzi (2002-2003). Per il Giardino si rinvia anche a Noto 1962, pp. 21-26; Patetta 1987, pp. 101-104; qualche aggiornamento in Natale, Rossetti 2014, pp. 178-184, scheda n. 24.

Contro le disposizioni iniziali, l’aula fu chiusa con pareti laterali probabilmente solo nei primi anni del XVI secolo, e risultò infine un unicum sia nel panorama del sistema di predicazione messo in atto dai francescani osservanti, sia dal punto di vista architettonico.

La donazione di Gian Rodolfo Vismara del 1452 prevedeva esplicitamente che sul terreno donato per costruire il luogo atto alle prediche non potesse essere costruito «aliquod monasterium seu ecclesiam conventualem». Si dovette attendere però la morte del Vismara avvenuta nel 1496 per iniziare a pensare ad una trasformazione dell’edificio. Non a caso un legato di 4.000 lire imperiali stabilito nel 1490 da frate Antonio Barzi, da spendersi «in fabrica dicte cassine Zardini et in hedeffitiis ibidem fatientis pro uso predicanti verbum dei» (Andreozzi, Mirabile 2003, p. 82; Cara 2012, p. 300, doc. 5), non andò in esecuzione fino all’ottobre del 1497 (Zanoboni 2005, p. 51, nota 65; il documento non può dunque essere dunque impugnato come base per anticipare l’inizio della decorazione della chiesa al 1490: G. Agosti, J. Stoppa, in Milano 2012, n. 5, pp. 127, 130; Villata 2012, pp. 64-65).

Qualcosa dovette non funzionare nell’esecuzione del legato Barzi, perché un rinnovo generale dell’edificio, che comprese verosimilmente la chiusura delle pareti laterali e la costruzione della facciata, fu avviato solo nel 1502 usando il denaro proveniente dalle ultime volontà di Paolo Casati, versato per quattro anni per un ammontare complessivo di 4.388 lire imperiali. A queste spese, nei successivi altri quattro anni, si aggiunsero quelle ammontanti a 3.428 lire, 5 denari e 19 soldi, raccolte su donazioni di privati, e usate per la fabbrica fino al completamento della facciata dipinta sulla corsia di Porta Nuova. Questa fase cinquecentesca di lavori fu promossa dai frati di Sant’Angelo in collaborazione con i deputali del Luogo pio della Carità; a coordinare l’impresa furono il ricamatore Niccolò da Gerenzano, l’ex soprintendente alle munizioni ducali Francesco Corio e l’ex segretario ducale Gabriele Paleari, coadiuvati dal cassiere Giovanni Francesco Vimercati (ALPE, Mastri, Luogo pio della Carità, n. 31, anno 1502, ff. 127, 129; ibidem, n. 32, anno 1503, f. 135; ibidem, n. 33, anno 1504, f. 140; ibidem, n. 34, anno 1505, f. 142; ibidem, n. 35, anno 1506, f. 152; n. 35, anno 1507, f. 145; ibidem, n. 35, anni 1508-1509, ff. 163, 292).

Particolarmente interessante la presenza tra i mecenati di Niccolò da Gerenzano, intraprendente ricamatore e mercante già impegnato nella confraternita di Santa Maria presso San Satiro negli anni in cui Bramantino appare per la prima volta con il proprio soprannome (1489), e ancora prima mecenate con i confratelli del tabernacolo ligneo di Pietro Bussolo dipinto da Matteo de Fedeli, della sacrestia bramantesca e della facciata (Zanoboni 2005, pp. 52-54; Buganza 2005-2006, p. 83; Cara 2012, pp. 299-300, doc. 4). Lo stesso che nel 1502 aveva fatto completare in “multiproprietà” con un ramo di casa Sanseverino una cappella sepolcrale dedicata proprio alla Maddalena in Sant’Angelo, la “casa madre” del Giardino (Zanoboni 2005, pp. 78-79; Rossetti 2011, p. 163, nota 205).

In questa fase della decorazione sono coinvolti probabilmente Vincenzo Foppa e Bartolomeo Suardi detto Bramantino con una compagnia di altri pittori che affrescano i pilastri laterali con figure di santi (Natale, Rossetti 2014).

Nel 1515, a testimoniare il livello delle licenze decorative che i Mino­ri osservanti si stanno ormai concedendo, è commissionato un enorme e suntuoso altare marmoreo per Santa Maria del Giardino a Milano. Poi noto come Madonna del Sasso, l’altare era officiato per i deputati della Carità. I rilievi dell’imponente macchina sono stati trasferiti a Vigevano e costituiscono l’unica pallida immagine dei monumenti marmorei che contemporaneamente l’aristocrazia lombarda dovette erigere in Sant’An­gelo (Andreozzi 2006). Il progetto è principiato nel 1513 quando all’intagliatore Ambrogio de Donati è dato incarico di fabbricare il modello. Un’impresa nata in tempo di restaurazione sforzesca e promossa da filosforzeschi quali l’aristocratico Battista Visconti (in comunione con i frati di Sant’Angelo come si ricorda ancora nel 1521) e Bernardo Dugnani. E si può ipotizzare che in questo contesto possano cadere i disegni di Agostino Busti, detto Bambaia conservati presso le Civiche raccolte d’Arte, Gabinetto dei Disengi, del Castello Sforzesco. Sebbene un preliminare concorso sia vinto dall’equipe di Antonio dalla Porta, Pace Gagini contro la cordata di Girolamo dalla Porta, detto il Novarino, Bambaia e Cristoforo Lombardi, dopo il 1519, Antonio della Porta affiancato da Gian Giacomo dalla Porta sembra collaborare con il Novarino e il Busti per portare a termine l’altare, il cui completamento sarà procrastinato ancora oltre il 1524 della peste e degli assedi milanesi.

Sulla scelta di costruire uno spazio coperto e chiuso riservato alla prediche, che presto diventa anche luogo di riunioni politiche, non influiscono solo questioni geoclimatiche, l’opzione è replicata a Milano anche dai domenicani osservanti in Santa Maria della Rosa (ora parte della Biblioteca Ambrosiana) e solo a Lodi risulta di fatto un unicum nel panorama italiano che non sembra essere stato incluso nei lavori inerenti gli spazi usati per la predica (Muzzarelli 2005, pp. 152-158) e sul quale sarà necessario tornare per riflettere sul concetto di “chiusura” in rapporto al controllo dei frati predicatori; Milano sembra un palcoscenico privilegiato in questo senso, e per la coerenza della politica ducale visconteo-sforzesca, e per l’eccezionalmente ordinata suddivisione urbanistica dei luoghi occupati dai vari ordini: il Giardino per i minori, la Rosa per i domenicani, la Consolazione al castello per gli agostiniani. Il poeta toscano Bernardo Bellincioni ironizzava sulle prediche tenute dai minori osservanti alla cosidetta Cassina del Giardino, ma anche Gaspare Ambrogio Visconti sembra alludere a questo spazio in un sonetto giocoso. Uno spazio che dice molto sul livello di controllo delle prediche messo in atto per parte sforzesca.

L’edificio diventa una sorta di importante luogo di aggregazione anche per i sodali dei francescani. Il conte Gaspare Vimercati fa rogare qui uno dei suoi testamenti (ASMi, Notarile, 1580, notaio Cristoforo Cambiaghi, 1465 luglio 12). Anche i testamenti di Girolamo Calvi e Simone del Conte sono rogati qui (ASMi, Notarile 1225, notaio Lancellotto Sudati, 1479 marzo 7; Ivi, 1227, notaio Lancellotto Sudati, 1480 agosto 31). Nel 1499 e 1515 se i guelfi sembrano radunarsi all Rosa, l’analogo luogo per le prediche dei domenicani osservanti, il Giardino dei francescani osservanti è luogo in cui si raduna il Consiglio dei Novecento (ASMi, Notarile 6703, 1512 giugno 18; Arcangeli 2004).

La chiesa sconsacrata è oggetto di vari progetti, tra questi quello di diventare lo spazio di un bazar o mercato coperto. Nel contempo ospita le scenografie del vicino teatro alla Scala del quale diventa di fatto il magazzino. Nel 1865 si avvia la demolizione della chiesa e questo fatto attira l’interesse del Paravicini. Lo spazio era stato nel contempo lottizzato e diviso tra i due nuovi proprietari Pietro Genolini e Prospero Moisè Loria. Durante la demolizione si scoprono gli affreschi di Foppa e Bramantino, ne danno immediata notizia i numeri del 15 e 16 dicembre 1865 dei quotidiani «La Perseveranza» e  «La Lombardia».

 

Bibliografia estesa:

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