Milano, Casa in via Capuccio

Casa in via Capuccio a Milano

Disegni Paravicini: BAMi, III.St.E.XIV, volume 32, tavola 28 (numerazione originale tavola 26); S.P.II.217, quaderno 8, c. 31 (numerazione originale c. 33r).

©Veneranda Biblioteca Ambrosiana/Mondadori Portfolio

I disegni tramandati da Paravicini rappresentano la fronte di una casa sita al civico 12 di via Cappuccio, un tempo facente parte, secondo l’architetto, dello stesso cenobio di Santa Maria del Cappuccio demolita nel 1882 (BAMi, ms. S. P. II 217, quaderno 8, f. 33r; III.St.E.XIV, vol. 32, tav. XXVI). Il centro dell’isolato in cui si trovava la dimora fu sventrato sul chiudersi del XIX secolo dall’apertura di via Sant’Orsola; l’operazione comportò l’atterramento quasi completo dei monasteri femminili di Santa Maria del Cappuccio, Sant’Orsola e Santa Marta che occupavano tutta l’area meridionale dell’isolato. Poche o nulle le vestigia sopravvissute di questi complessi; per la cronologia degli sventramenti si tenga conto che nel 1895 entrarono nelle raccolte comunali parte degli affreschi del refettorio di Sant’Orsola dovuti al Maestro dei Santi Cosma e Damiano (D. Pescarmona, in Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco. Pinacoteca, a cura di M. T. Fiorio, II, Milano 1999, pp. 233-235; cfr. per l’autore delle pitture il recente M. Natale, C. Quattrini, Il maestro dei Santi Cosma e Damiano, con alcune proposte per Bernardino de Donati, in «Rivista archeologica dell’antica provincia e diocesi di Como», 199 (2017), pp. 33-82).

Il prospetto dell’edificio era scandito da una decorazione dipinta peculiare: oltre al consueto sistema di marcapiano e cornicione affrescato, tra una finestra e l’altra erano dipinte finte statue di eroi o divinità antiche. A differenza di quanto ci si aspetterebbe, le sculture affrescate non erano incluse in nicchie (come invece accadeva ad esempio in piazza Duomo nell’edificio del Rebecchino), ma impostate su delle mensole finte in sporto con effetto trompe-l’œil. Difficile comprendere oggi come questa teoria di figure dovesse impattare sui passanti della stretta contrada ed è certo che gli sporti in prospettiva seguivano un preciso punto di vista che segnava probabilmente il centro della fronte, dove al piano terreno si intravede un’ennesima figura tranciata dalle aperture successive. Certo le mensole sembrano rimandare a un illustre prototipo, quello nato dalla congiuntura dell’operato di Bramante e Bramantino, nell’Argo della sala del Tesoro del Castello Sforzesco, anche se in questo caso gli elementi a sporto non sostengono la figura del gigante, che si presenta annicchiata; nella facciata del Cappuccio si presentava la medesima soluzione di una serie di strutture in aggetto che emergono dalla parete verso strada con artificio illusionistico-prospettico.

Difficilmente una simile teoria di finte sculture, probabilmente divinità antiche, erano adatte alla facciata di un monastero. Si deve comunque tenere conto che proprio in quest’area le monache acquistarono tra il 1574 e il 1610, con stima degli ingegneri Martino Bassi prima e Marco Guido Bombarda poi, una serie di case site a nord dell’originario complesso al fine di ampliare la clausura e dotare il cenobio di una nuova chiesa, ma anche di spazi rustici opportuni. Il primo edificio acquistato in due tempi apparteneva ai Gallarati, mentre il secondo era stato la casa del vescovo di Lodève dal 1528 al 1537, Lorenzo Toscani di Giovanni Matteo, meglio noto per essere stato ritratto dal Bambaia nel monumento funebre fatto realizzare dai nipoti Aloisio e Giovanni Paolo ora in San Fedele (J. Shell, Bambaia’s monument to Lorenzo Toscani, in Cesare Cesariano e il classicismo di primo Cinquecento, atti del seminario (Varenna, 7-9 ottobre 1994), a cura di M. L. Gatti Perer e A. Rovetta, Milano 1996, pp. 171-190).

L’omonimo nipote del presule e intimo amico del pittore Giovanni Paolo Lomazzo, Lorenzo Toscani di Aloisio, continuò ad abitare in questa casa (molti sono i componimenti del Toscani pubblicati insieme a quelli del Lomazzo: si veda almeno la lunga canzone con cui si ripercorrono le produzioni artistiche dell’amico in G. P. Lomazzo, Rime, Milano 1587, pp. 543-558). Proprio questa seconda abitazione inclusa nel monastero potrebbe corrispondere a quella con fronte dipinta. Sembra che ancora nel 1609 sull’abitazione dei Toscani vantasse qualche diritto la famiglia Alfieri (ASMi, Fondo di Religione 1957, varie date).

Degno di nota che in questo isolato iscritto tra le vie Vigna, Morigi, Sant’Orsola e Cappuccio, nel 1494 avesse acquistato un sedime il cancelliere ducale Giacomo Alfieri, avendo tra i confinanti anche i Gallarati. Il venditore era Callisto Muzzani; il valore della proprietà, 5000 lire imperiali, non era molto alto. Le coerenze: «ab una parte strata, ab alia domini Maffei de Muzano in parte et in parte infrascripti domini Maffey mediante muro orti […], ab alia domini Marci de Gallarate in parte et in parte domini Caroli de Dugnano et fratrum, et ab alia domini Ludovici de Raymondis in parte et in parte he- redes quondam Vincentii de Rabiis»; ASMi, Notarile 4683, notaio Simone So- vico, 25 giugno 1494. La proprietà degli eredi di Vincenzo Rabia era confinante con la casa del parroco della chiesa di San Pietro alla Vigna, legando la proprietà a questo isolato; ASMi, Notarile 4212, notaio Bernardino Porri, 31 luglio 1492; ASMi, Notarile 2020, notaio Gabriele Sovico, 14 febbraio 1497. Due dei molti figli di Giacomo Alfieri affittarono da Giovanni Ambrogio Balbi anche un’altra casa nella stessa parrocchia ma dall’altro lato di via Cappuccio; ASMi, Notarile 6217, notaio Ambrogio Gaffuri, 19 settembre 1511.

Il funzionario ducale di origine abruzzese non era certo un personaggio neutro nel contesto milanese. La sua biblioteca era la più vasta di Milano, seconda solo a quella dei duchi, e molti dei suoi libri erano finemente miniati dalle stesse maestranze che lavoravano a corte. Per la biblioteca, centoquarantatré titoli contro i ‘solo’ centoventi di Gaspare Ambrogio Visconti; cfr. ASMi, Notarile 7128, notaio Alessandro Zavattari, 14 giugno 1516. Alcuni dei preziosi volumi appartenuti a Giacomo sono rintracciabili; tra questi si annovera almeno il sontuoso Petrarca miniato della Laurenziana di Firenze (ms. Ashb. 1263) e un Liber insularum Archipelagi di Cristoforo Buondelmonti passato pochi anni or sono (2012) sul mercato antiqua- rio; cfr. P. L. Mulas, scheda 103, in La fortuna dei primitivi. Tesori d’arte dalle collezioni italiane fra Sette e Ottocento, catalogo della mostra, a cura di A. Tartuferi e G. Tormen, Firenze 2014, pp. 525-526. Un codice miscellaneo da lui collezionato è segnalato anche in C. Porro, Catalogo dei codici manoscritti della Trivulziana, Torino 1884, pp. 303-304; C. Santoro, I codici medievali della Biblioteca Trivulziana, Milano 1965, pp. 223 e 285-288.

Conosceva bene l’opera di Vincenzo Foppa, al quale, nel 1473, chiedeva un mappamondo con «tuti li animali provinzia in provinzia quali son incogniti a nuy». Stando all’Alciati, nel giardino della sua domus di San Pietro alla Vigna collezionava antichità romane. E, dopo la sua morte, a stimare i dipinti conservati nella sua casa era chiamato Bernardo Zenale. Inoltre, dal 1491, gli era stato affidato il tesoro sforzesco custodito sotto l’Argo di Bramante e Bramantino (S. Leydi, Regesto dei documenti, in Vincenzo Foppa. Un protagonista del Rinascimento, catalogo della mostra, a cura di G. Agosti, M. Natale e G. Romano, Milano 2003, pp. 297-323, in part. 303, doc. 26; A. Alciati, Antiquae inscriptiones veteraque monumenta patriae, a cura di G. L. Barni, Milano 1973, pp. 106v-107r; SHELL, 1995, p. 171; F. Cavaleri, Altre pitture dell’età sforzesca, in Il Castello Sforzesco di Milano…, 2005, pp. 137-151, in part. 143 e 148).

Paravicini non registra la presenza di elementi araldici sugli edifici inclusi nell’ormai sconsacrato mo- nastero del Cappuccio e in assenza delle ali degli Alfieri o della torre con chiavi dei Toscani, risulta complicato chiudere dogma- ticamente la questione della proprietà del palazzo di San Pietro alla Vigna. Resta il contesto di un isolato nel quale si concentra- vano tra lo scorcio del XV secolo e i primi anni del XVI una serie di raffinati committenti.