Milano, Palazzo del Banco Mediceo

Palazzo del Banco Mediceo a Milano 

Roberta Martinis

Disegni Paravicini: BAMi, III.St.E.XIV, volume 32, tavola 29 (numerazione originale 27); S.P.II.217, quaderno 11, cc. 29, 35, 36, 37 (numerazione originale cc. 26r, 32r, 33r, 34r).

I disegni del Banco sono all’esposizione di Torino (1884, p. 119, n. 265): «Milano: Avanzi rinvenuti presso il Castello – Piazza del Duomo – Avanzi del cortile del Banco Mediceo – Finestra di una casa – Avanzi di una torre e di un ponte al Canobbio (sic) – Cortile casa n. 74 in via S. Maurizio – Avanzi della casa Marliani in via Monte Napoleone – Casa Salimbeni – Casa in via Torino – Basilica di San Vincenzo in Prato (un album di tavole 50)». Corrisponde almeno in parte al volume 25 (BAMi, III.St.E.XIV), già denominato Ducato di Milano, volume 11.

La porta del Banco Mediceo in Paravicini 1878, tav. 5; e in Paravicini 1879, p. 99, fig. 43.

©Veneranda Biblioteca Ambrosiana/Mondadori Portfolio

Il famoso portale del Banco ancora nella sua sede originaria è disegnato in modo magistrale da Luigi Bisi con una inquadratura che tiene conto anche dell’aspetto del cortile con i testoni di terracotta clipeati.

 

Milano, Porta Comasina, parrocchia di San Tommaso in Terramara

Milano, via dei Bossi, 6 (edificio parzialmente esistente)

 

Il palazzo del Banco mediceo 

[Per una versione estesa di questo studio cfr. Martinis 2020]

Il palazzo del Banco Mediceo è un vero e proprio crocevia delle donazioni ducali. Nella lunga descrizione di Filarete nel Trattato, verso la metà degli anni sessanta, viene messo in luce come alla munifica donazione di Francesco Sforza del 1455 corrisponda la liberalità di Cosimo de Medici, che non lesina risorse per mostrarsi “maestro” dello stesso Francesco nel rendere il palazzo magnifico, e ornare così la capitale sforzesca: «Ora diremo della degna casa la quale, come ho detto, lo illustrissimo Francesco Sforza […] donò per la benivolenza e segno di gratitudine e anche per l’amicizia che era tra lui e la degna memoria del magnifico Cosimo; e lui, come grato del dono ricevuto, l’ha ristaurata e riallustrata e quasi come di nuovo fatta. E non con piccola spesa, ma come uomo magnanimo l’ha acresciuta e ampliata e ornata di degni ornamenti d’oro e d’argento, e d’altri varii colori dipinta, e ornata di molti intagli di marmo e d’altre pietre e legnami, secondo li luoghi, come per ornamenti sono accaduti secondo li luoghi convenienti a tale materia». (Filarete 1972: pp. 698-704).

Più prosaicamente, le donazioni a stranieri consentono la possibilità di un aggiornamento culturale rapido e relativamente economico: all’interno del quadro della medicean legacy su Milano, è Cosimo, non Francesco Sforza, a occuparsi della riforma del palazzo del Banco, seguita più da vicino dal figlio Giovanni, con il direttore della filiale del Banco, Pigello Portinari, come sovrastante (Gritti 2018). L’immobile donato non deve essere stato in ottime condizioni dato che quest’ultimo predispone immediatamente un intervento sulla copertura: «Cosimo mi scrive esser contento a tenpo nuovo dell’aconciare la casa. […] Io l’ò fatta tutta richoprire ché n’avia grandissima nicistà e non era cosa da indugiare e in caso che voglian tenpo non ci sarà più a spendere» (Pigello Portinari a Cosimo Medici, 1455, 4 ottobre, Milano: ASFi, MAP, IX, 184,  in Gritti 2018, p. 37, doc. 3)

Le campagne di lavori si devono essere protratte fino almeno all’autunno 1460 quando Pigello invita Giovanni de’ Medici per vedere la casa conclusa, alludendo nella propria missiva alla dinamica classica del dono come scambio grazioso, cioè sull’offerta reciproca di gratiae: «[…] la quale, quando vedrete, chredo vi piacerà, e se bene la spesa sarà assai più di quello si disegniò, come aviene in simile cose, considerato l’onore e la fama e la grazia di qua vi ne segue […]. Quanto sia grato al Signore e il piacere n’à la Signoria sua non vi vo’ dire; di tutta la città, lo vedrete e intenderete ala vostra venuta.» (Pigello Portinari a Giovanni di Cosimo Medici, 1460, 9 marzo, Milano: MAP, VIII, n. 413, ora in Gritti, 2018, p. 38, doc. 11. Nella lettera Pigello specifica che i lavori non sarebbero stati ultimati prima del mese di settembre successivo).

Dai documenti e dai pochi lacerti sopravvissuti si evince un intervento dei Medici che procede attraverso l’adeguamento dell’impianto esistente alle nuove esigenze rappresentative, con la grande sala con un «bello cielo il quale è nella forma fatto che è quello del palazzo di Firenze, a quadri intagliati a modo antico, lavorati con oro et azzurro fine» (Filarete, 1972, p. 702), ma rinunciando a un cortile regolare, cioè mantenendo i sostegni precedenti a base ottagonale di chiaro gusto tardo medievale e affidando a un più rapido e economico intervento pittorico la nuova immagine del palazzo.

Si veda la missiva di Pigello Portinari del 9 aprile 1456 in cui descrive la modalità di intervento in uno dei bracci del cortile ponendo la questione del restauro delle decorazioni dipinte nella casa dei Bossi, secondo una commistione di modi «così degl’antichi come de’ moderni» evocati da Vasari per la Vita del Filarete (Vasari 1971, p. 246): «Come vi dissi, io fo achonciare qui un pocho la logia dallato ché n’avea nicistà, e perché fo pure conto farla dipigniere come era prima e come è tutto e’ resto della casa» (MAP, IX, 203, in Barbieri 1972, pp. 604-632: 617, ora in Gritti 2018, doc. 5). Ancora al 1464 Filarete descrive l’intervento di «uno buon maestro, per nome chiamato Vincenzo di Foppa; il quale per infino al presente ha fatto il simulacro di Traiano […] con altre figure per ornamento» (Filarete, 1972, pp. 699-700).

Altrettanto si potrebbe dire della facciata, illustrata da Filarete, nel cui impaginato bipartito, precocemente configurato a opus isodomum (dipinto e colorato, come negli exempla viscontei), un attardato registro aperto da bifore “alla todescha” appare stretto tra un basamento e un terminale entrambi all’antica, riuscendo comunque a riproporre lo schema dell’avito palazzo fiorentino.

Bifore archiacute nel Trattato appaiono solamente nel disegno della facciata per il Banco, mentre nelle illustrazioni del Trattato le arcate sono sempre a tutto sesto, anche quando si tratta di descrivere il progetto per «un casamento […] in uno luogo pantanoso e acquatico», ovvero a Venezia, dove le bifore al primo registro sono delimitate superiormente da archi semicircolari (Filarete 1972, pp. 626-632, tav. 124). Le bifore erano già del tutto scomparse quando Giuseppe Mongeri registra quattordici finestre, che verranno ridotte a undici dal restauro promosso da Giovanni Battista Valtorta negli anni sessanta (cfr. Mongeri 1864). Il progetto per la nuova facciata pubblicato da Gritti 2018, ill. 2, 3, aveva previsto la rimozione di parecchi pezzi quattrocenteschi anche dall’interno dell’edificio, che confluiscono nelle collezioni del Museo Patrio di Archeologia (Casati 1885). Tuttavia, una prima fase di studio sistematico condotta da Barbieri-Bosio 2013, pp. 201-208, ha evidenziato una tecnica esecutiva omogenea per gli elementi del portale e per i decori fittili, rintracciando su questi ultimi dorature funzionali all’utilizzo del colore, come previsto da Filarete.

Al prezioso portale, “parte per il tutto”, realizzato in forme differenti da quanto illustrato nel disegno filaretiano, viene affidato il compito di annunciare la novità dell’edificio mediceo. Dirimente sull’assetto del piano terreno del cortile appare il rilievo datato 1876 di Tito Vespasiano Paravicini (Tito Vespasiano Paravicini, rilievo del Banco Mediceo, piano terreno, BAM, III.St.E.XIV-32-0029, tav. XXVII), cioè dopo le ristrutturazioni promosse dai Valtorta.

I rilievi del portale di Paravicini (BAM, S.P.II.217.11, cc. 29-37), datati 5 novembre 1876, si collocano cronologicamente a ridosso delle vicende della vendita da parte della famiglia Valtorta dei busti in terracotta, dell’affresco del Cicerone e del portale marmoreo al mercante Giuseppe Baslini nel 1862; il portale verrà venduto al Museo Patrio di Archeologia nel 1864, con donazione dei Valtorta di una serie di terrecotte provenienti dal palazzo, mentre i pezzi scolpiti del Baslini entreranno nel museo più tardi, nel 1873 (Zani 2014; Barbieri, Bosio 2013, pp. 202-20)3.

Paravicini restituisce, regolarizzandolo, un perimetro trapezoidale a tre bracci, con logge (entrando nel cortile da sinistra a destra) di quattro, cinque e tre campate per lato, archi a tutto sesto in cotto impostati su tredici colonne a base ottagonale, senza dare alcun conto né degli affreschi, né dei registri superiori, ma annotando «I medaglioni in terra cotta nei timpani degli archi sono stati venduti dal Baslini/Il cortile venne demolito ed i pezzi dispersi/La porta sulla via scolpita da Michelozzo de’ Michelozzi trovasi ora al Museo archeologico». La descrizione di Paravicini ben si accorda con quanto registrato nel 1791 da Venanzio De Pagave che descrive nel cortile le colonne ottagone e soffitti lignei, con le tredici colossali teste di cotto che sporgono dai pennacchi dei portici, e come unica pittura sopravvissuta «un uomo di negozio seduto innanzi al suo telonio che con le gambe incrociate sembra occupato a leggere un registro» (Casati 1885, pp. 586-587). Anche in base a questa descrizione si è identificato l’affresco col Cicerone bambino che legge ora alla Wallace Collection di Londra, datato 1465-1466 (Caldara 2003a; cfr.  Filarete 1972, p. 703) per quanto è veramente difficile pensare come un pezzo del genere abbia potuto sopravvivere in condizioni di esposizione all’aperto.

Sulla base di Paravicini, la restituzione di Caravati (Caravati 1895) si dimostra a questo punto del tutto inattendibile. Accostando il rilievo di Paravicini a quello condotto dalla proprietà nel 1947 per il ripristino di alcune parti dell’edificio dopo i danni di guerra (ACCMi, Archivio del Comune di Milano, Atti di fabbrica a conservazione perpetua, B, n. 97290, 1948, via Bossi 4, pubblicato da Gritti 2018, ill. 7, 8 e pp. 24-28: si vede come il cortile fosse già dotato dell’assetto attuale), si evince che nel frattempo i due bracci di portico a piano terreno paralleli tra loro erano stati chiusi e modificati, con un numero di aperture pari a quello delle campate disegnate da Paravicini.

Una campagna fotografica condotta nel 1964, in vista di un nuovo restauro (SABAP MI, pratica O/1/4305; Caldara 2003-2004, Barbieri, Bosio, 2013, p. 229, nota 82), dà conto dello stato delle murature del cortile durante la rimozione degli intonaci più recenti. Emergono in più punti lacerti di un paramento policromo dipinto a bugne recanti motti e terminazione a merli in prospettiva; sulla controfacciata al primo piano frammenti di due grandi bifore in cotto decorate i cui archi interni sono impostati su snelle semicolonne, i cui lacerti hanno indotto Caravati, sulla scorta della descrizione di Filarete («E ancora allo entrare della porta, alzando gli occhi, si è una loggia in colonnette di marmo, la quale risponde a quella di sotto nel cortile […]. Così sopra a queste si è un’altra loggia la quale viene a essere sotto il tetto […]. E questa n’ha due da ogni canto, le quali vengono a circundare tutto il cortile da tre parti»: Filarete 1972, p. 703) a ipotizzare una loggetta con trabeazione piana, ma poiché il capitello è lo stesso del dettaglio nella fotografia, si tratterebbe piuttosto degli elementi superstiti appartenenti alle bifore. Sempre nelle stese fotografie, sul prospetto entrando a destra appaiono due monofore archiacute sempre in cotto (Caldara 2003b). Le bifore emerse durante i lavori del 1964 difficilmente potrebbero essere quelle della facciata spostate all’interno, poiché Paravicini, nella sua opera di rilievo sistematico dei frammenti di architettura milanese e lombarda, le avrebbe senz’altro registrate; dunque la loro autenticità ci costringe a interrogarci ancora sull’aspetto dello spazio interno e delle preesistenze. Se la decorazione parietale fosse originale del XV secolo, ci troveremmo di fronte a un’immagine che mal si commodula con l’istanza di novitas proiettata su questo palazzo, da Filarete in poi (utili a questa disamina sono le osservazioni di Salsi 2018-2019, sulle radici trecentesche, antiquarie e giottesche delle decorazioni parietali a paramenti bugnati e merlati in uso a Milano fra Tre e Quattrocento). Ovvero, Filarete inventa il mito del Banco mediceo, mentre più praticamente nella realtà le case dei Bossi donate vengono sottoposte a un’operazione di rapido adeguamento alla rappresentazione dei nuovi proprietari. Si può osservare come nel cortile del Banco i merli dipinti siano a coda di rondine, ovvero alla ghibellina, parte della famiglia Bossi, mentre per quanto riguarda i Medici, nel loro palazzo fiorentino appaiono merlature guelfe, come del resto anche su palazzo della Signoria. Si vedano infine gli sparsi resti di decorazioni a losanghe bicrome e scritte in caratteri gotici nella villa già dei Bossi ad Azzate, ora Benizzi Castellani (Municipio).

Le vicende del palazzo seguiranno in modo paradigmatico la temperatura dei rapporti tra Milano e Firenze, e nel 1486 s’inaugura una girandola di vendite e trasferimenti che condurrà i Medici a perdere il palazzo del Banco, del quale s’impossesserà il castellano di Milano Filippo Eustachi, per insediarvi il cognato, il rapace segretario ducale Alvise da Terzago, mentre i fiorentini verranno ridislocati nel palazzo del duca di Urbino (ASMo, Cancelleria Ducale, Carteggio Ambasciatori Estensi, Milano, b. 4, Giacomo Trotti al duca di Ferrara, Milano, 1486, febbraio 23; Gian Galeazzo Maria Sforza dona a Lorenzo de’ Medici delle case che già furono del duca di Urbino, ASFi, Archivio Mediceo, Diplomatico, normali, alla data 1486, luglio 16; copia in ASMi, Sforzesco, Registri Ducali, 40 [QQ], cc. 107v.-109v, in Martinis 2003, pp. 37-57, docc. 1-7; Martinis 2008, pp. 1-31; 202-203).

Anche il nuovo proprietario non si esimerà dal lasciare il proprio segno sul palazzo appena acquisito (e che evidentemente a queste date iniziava a apparire un po’ fuori moda), investendo la sostanziosa cifra di 1000 ducati (Carteggio Ambasciatori Estensi, Milano, b. 7. Giacomo Trotti al duca di Ferrara, 1492 maggio 15, Milano, in Martinis 2008, p. 12). E’ infatti verosimilmente da ascrivere alla sua committenza la serie di teste plasticate nel cortile (poi registrate anche da Paravicini), di fattura e qualità non compatibili con le decorazioni degli anni sessanta, ma più in linea con la vis aedificatoria del cognato Eustachi, il quale dal 1485 coinvolge Bramante nella progettazione del proprio palazzo presso porta Vercellina intus comprendente una decorazione a monumentali testoni in terracotta (Rossetti 2005-2006; Ceriana Rossetti 2015 pp. 196-197).

Successivamente all’improvvisa fuoriuscita del Terzago, nel 1489 il palazzo verrà utilizzato come residenza temporanea per ospitare la coppia Bianca Sforza (figlia naturale del Moro) e Galeazzo Sanseverino, in attesa della conclusione del grande cantiere della residenza donatagli dal suocero nel borgo delle Grazie (MAP, L, 163, Pietro Alamanni a Lorenzo de Medici, 1489 settembre 18, Pavia, in Martinis 2003, p. 41, e app. docc. n. 8; Martinis 2008, pp. 7-8). Nel maggio 1492 una nuova donazione sancirà il rientro del palazzo in capo ai Medici (MAP, LXXIV, 11, 1492, 14 maggio; n. 14, 1492 maggio 18; e ratifica maggio 22: ASMi, Registri Ducali, 61, cc. 35-36; MAP, Pergamene, 1492 maggio 22,  Donazione a Piero di Lorenzo de Medici di alcuni immobili già della famiglia Medici, venduti anni prima a Aloisio Terzago, Pavia 1492. Donatio cuiusdam domus in civitate Mediolani Ducis dicte civitatis Magnifico Petro de Medicis de anno 1492, in Martinis 2003, docc. 11-15). La ripresa dei buoni rapporti con i fiorentini è suggellata ancora una volta da un atto di liberalità architettonica con l’invio a ottobre di Giuliano da Sangallo, per presentare al Moro il modello ligneo della villa di Poggio a Caiano (MAP, LXXIV, 50, Angelo Niccolini a Piero di Lorenzo de Medici, 1492 agosto 26, Miramondo: «El modello del poggio ti priega lo mandi che n’harà grandissimo piacere»; MAP, LXXIV, 65, Angelo Niccolini a Piero di Lorenzo de Medici, 1492 ottobre 13, Milano: «È venuto in questo punto Giuliano Sanghallo. El modello dice che ha lasciato a drieto et doverrarci essere lunedi. Ad la venuta sua si farà poi quanto sia di bisogno circa il presentarlo: perché ex grato gratius reddatur», pubblicato da von Fabriczy, 1903).

Pochi giorni dopo l’oratore fiorentino in nome dei Medici riprende possesso dell’immobile, a quel punto però ormai spogliato dalle insegne fiorentine (MAP, LXXIV, 15, 27 novembre 1492: «Mando hoggi il cancellaro ad Milano perché siano tornati nella casa nuova et messovi dentro tutte le nostre masseritie et habitia(lità) in tuo nome, maxime che mi è referito oltra esserti stata consegnata netta, che era stato cavato panche, campanelle, palle e simili cose che so è contro ad la intentione di costoro. Vedrò con dextreza sanza gniuno tuo carico di rihavere il più potrò». Dopo la cacciata da Firenze dei Medici, nel marzo 1495 il Banco cambia nuovamente proprietario, questa volta Antonio Maria Sanseverino, con il beneficio di «1000 ducati apresso perchel se la facia conzare a suo modo»: Carteggio Ambasciatori Estensi, Milano, b. 9, Giacomo Trotti al Duca di Ferrara, 1495 marzo 12, Milano). Non è chiaro fino a che punto questa donazione abbia avuto effetto poiché già nel 1496 il palazzo risulta abitato da Giuliano de Medici fino alla caduta degli Sforza, dopodiché il palazzo del Banco seguirà la stessa sorte degli altri beni della Camera ducale, ridistribuiti tra i fedeli al nuovo corso (ASMi, Sforzesco, Milano città, 1135. Deputati apparato, al duca, Vigevano, 1496 ottobre 13). Residenza, ancora nel 1499, considerata tra le più prestigiose della città, verrà assegnata dal re francese a Catellano Trivulzio (ASMo, Ambasciatori Milano, b. 16, Nicolò Bianchi al Duca, 1499 settembre 27, Milano; cfr. Martinis 2003, pp. 41-42).

 

Bibliografia

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von Fabriczy  1903 = C. von Fabriczy, Progetto di Giuliano da Sangallo per un palazzo in Milano, in “Rassegna d’Arte”, 3, 1903, pp. 5-6.

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