Castello di Abbiategrasso
Il castello sorse ai margini orientali del borgo presso porta Milano, forse verso la fine del Duecento e in sostituzione di una precedente fortificazione (castro Margazario) sita a sud dell’abitato presso il monastero benedettino di San Martino. Probabilmente per opera di Azzone Visconti (signore di Milano dal 1329 al 1339) fu ampliato e restaurato; altri lavori furono ordinati nel 1381 su iniziativa di Gian Galeazzo Visconti (poi duca dal 1395). Persa precocemente ogni funzione difensiva con lo spostarsi delle linee di confine oltre il Ticino, vicina a Milano e facilmente raggiungibile via acqua, prossima alla grande riserva di caccia creata su entrambe le sponde del fiume, Abbiate fu la residenza extraurbana preferita di Filippo Maria Visconti che nel 1438 vi intraprese grandi lavori di restauro e abbellimento. Il maniero di Abbiategrasso è il terzo castello (con podere ducale) nelle spese del 1438 per investimento dopo Milano, Cusago (Boucheron 1998, p. 414).
Già Galeazzo II Visconti (signore di Milano dal 1354 al 1378) assegnò il castello e le molte terre di proprietà viscontea site attorno al borgo in appannaggio alla moglie Bianca di Savoia, inaugurando la tradizione (fatta propria anche dagli Sforza) di concedere la signoria di Abbiategrasso alle consorti dei signori (poi duchi) di Milano. Assegnando alle proprie spose le grandi tenute dell’abbiatese e il controllo feudale di uno dei borghi più ricchi e vivaci del ducato, i principi poterono gestire in maniera completamente privata le rendite derivanti dalle ricche terre. A connotare la vocazione prettamente “femminile” del castello, qui (in alternativa a Cusago) ebbe residenza stabile Agnese Del Maino, l’amante del duca Filippo Maria e madre della duchessa Bianca Maria. Quando nel 1450 Francesco Sforza e Bianca Maria divennero duchi di Milano l’energica Agnese continuò a risiedere ad Abbiate e, insieme alla consuocera Lucia Terzani, allevò nel castello i figli nati dalla nuova coppia ducale in un ambiente domestico e rilassato. Questa presenza dei rampolli della nuova dinastia sforzesca presso il castello preferito di Filippo Maria Visconti, dove la stessa Bianca Maria era stata allevata, servì alla propaganda politica della dinastia sforzesca volta a valorizzare le proprie radici viscontee. In questa logica si inseriscono i frequenti soggiorni di Galeazzo Maria Sforza e la sua cura per il castello e il borgo, qui il duca volle far nascere il proprio primogenito Gian Galeazzo Maria (20 giugno 1469) in imitazione a quanto disposto tempo addietro dal primo duca di Milano (Gian Galeazzo Visconti) per la nascita del proprio primogenito Giovanni Maria (7 settembre 1388). Nel 1480 il castello divenne abitazione stabile della duchessa vedova Bona di Savoia, cacciata da Milano dal cognato (Ludovico il Moro) e confinata nella sua Abbiate in accordo con il contratto di nozze del 1468 che prevedevano in caso di vedovanza una sua residenza definitiva nel borgo. Con le ristrutturazioni di Cusago, Gambolò e Vigevano la corte sforzesca risedette sempre con minore frequenza ad Abbiategrasso. Progressivamente il castello tornò ad assumere il ruolo di fortezza e tra il 1524 e il 1527 fu sede di aspri scontri tra francesi e imperiali che comportarono la rovina di una parte dell’edificio; poi incluso in un sistema di bastioni in epoca spagnola. Nel 1658 furono abbattute tre torri, mozzata la quarta e rasa al suolo l’ala meridionale del complesso, contemporaneamente la proprietà passò a privati che lo convertirono ad usi civili. Nel 1862 fu venduto al comune; ente che negli anni successivi si occupò dell’abbattimento delle dipendenze e dei bastioni, provvide all’interramento della fossa per creare il piazzale della nuova stazione e curò alcuni restauri.
Quanto si conserva tuttora del castello è solo un mozzicone dell’ala orientale, con relativa torre e la gabbia strutturale della corte. Dal punto di vista decorativo denotano notevole eleganza le bifore in cotto visibili dai giardinetti di via Cavallotti. Tracce di decorazione si conservano nella corte e in alcuni ambienti interni, mentre all’ultimo piano del complesso, presso le antiche prigioni (poste un tempo nel sottotetto), sono presenti i graffiti lasciati dagli ospiti obbligati.
Di impianto quadrilatero con quattro torri angolari, il castello con il suo skyline doveva risaltare prepotentemente sulla campagna. Le torri dovevano elevarsi notevolmente sopra i corpi di fabbrica, considerato che la torre attualmente rimasta è mozzata e risulta innalzarsi per circa tre quarti rispetto struttura originaria (l’ultimo piano della torre è comunque dovuto ad un rifacimento ottocentesco). Saldamente impostato su un cortile centrale quasi quadrato, un tempo caratterizzato da un possente porticato di cinque campate per lato con archi ogivali impostati su massicci pilastri, il castello era interamente decorato (come ancora si può notare nel cortile) con vivace cromia: sulle facciate finti mattoni contenevano il motto petrarchesco “A BON DROIT”, sotto i portici (come a Pandino) motivi geometrici a compasso si stendevano creando una sorta di finto tessuto dipinto disteso sulle pareti. Quasi tutti gli ambienti (salvo che per le cantine) presentavano come a Pandino e a Vigevano soffitti a travature lignee e non in volta.
La disposizione degli appartamenti interni non risulta del tutto chiara. Sembra che le sale di rappresentanza si collocassero nell’ala est, quella verso Milano con accesso indipendente (ancora oggi segnato dallo stemma con biscione) e diretto dalla campagna e dall’acqua del Naviglio. Questo corpo di fabbrica era dotato di un giardino pensile con belvedere creato sugli spalti delle fortificazioni esterne. La sala grande terrena con camino (ancora oggi visibile) doveva essere una delle principali sale di rappresentanza, presentava una decorazione a scarlioni (losanghe) bianchi e morelli con motti – forse realizzata dai pittori Giovanni da Monza e Giovanni Pessina – e veniva in occasioni speciali allestita con suntuosi apparati effimeri. Gli appartamenti delle duchesse potevano trovarsi nell’angolo nord-orientale del complesso, come sembra essere attestato dalla presenza di un graffito con la data di nascita del duca Gian Galeazzo Sforza in una stanza al primo piano, forse quella di Bona di Savoia. Le stanze del duca dovevano trovarsi nell’ala sud (completamente distrutta), verso il cosiddetto Borghetto, dove Filippo Maria Visconti aveva fatto allestire alcuni camerini dipinti dal pittore Balzaro Piatti. La cappella ducale di Santa Maria in Castro si trovava (come a Pavia) immediatamente a destra dell’ingresso in un corpo di fabbrica in aggetto alla facciata e aderente alla scomparsa torre di sud-ovest; fonti seicentesche la ricordano come finemente decorata.
Il castello si integrava solo marginalmente nel borgo. Quest’ultimo cresciuto in maniera anomala presentava una struttura bipolare incentrata da un lato sulla chiesa parrocchia di San Pietro (posta singolarmente in un sobborgo al di fuori delle mura) e dall’altro sul monastero benedettino femminile di San Martino. L’abitato fortificato con il primitivo castello si strutturò attorno al monastero e alla chiesa di Santa Maria Vecchia, progressivamente ampliatosi verso settentrione e verso la chiesa parrocchiale di San Pietro, forse dopo la metà del Duecento venne incluso in un nuova cinta muraria estremamente regolare (rettangolare) con il castello inserito a metà delle mura orientali in asse sulla direttrice viaria Milano-Vigevano. Tra il 1365 e il 1372 sorse nella parte recente del borgo la chiesa di Santa Maria Nuova, imponente costruzione voluta dai notabili locali, ma agevolata e finanziata dai signori Visconti. La presenza dei duchi nel borgo comportò la creazione di un terzo polo di ampliamento urbano con la fondazione del convento francescano osservante di Santa Maria Annuziata, sito a nord-est del centro; la costruzione del complesso religioso fu voluta dopo il 1469 a seguito di un ex voto del duca Galeazzo Maria fatto qualche anno prima e fu consacrata nel 1472. L’insediamento francescano osservante presso una sede della corte assecondava i sodalizi religiosi creati dall’ormai defunta nonna Agnese Del Maino e avrebbe dovuto trovare un parallelo nei progetti di Galliate. Sulla strada per Milano la fortificazione del borgo si coordinava al Castelletto, una rocchetta dei Torriani passata ai Visconti; costruita in posizione strategica a controllo della diramazione del Naviglio.
Bibliografia estesa:
Ambrosini, Bandera, Sannazzaro 2005 = Alberto Ambrosini, Sandrina Bandera, Giovanni Battista Sannazzaro, Gli inizi del Castello Visconteo di Abbiategrasso, dalla storiografia ottocentesca agli studi recenti, «Castellum», 47 (2005), pp. 11-24.
Basile 2007 = Silvana Basile, Sul castello di Abbiategrasso, «Palladio» 40 (2007), pp. 87-102.
Cairati 2020 = Carlo Cairati, Pavia viscontea. I. Il castello tra Galeazzo II e Gian Galeazzo, Milano, Scalpendi, 2020, pp. 48-49, 54 e note.
Comincini 1998 = Mario Comincini, Il Castello di Abbiategrasso, in Mario Comincini, Alessandra Kluzer, Castelli dal Ticino a Milano, Abbiategrasso 1998, pp. 49-87.
Rossetti 2012 = Edoardo Rossetti, Castello di Abbiategrasso, in Percorsi castellani da Milano a Bellinzona. Guida ai castelli del Ducato, a cura di Federico Del Tredici, Edoardo Rossetti, Milano, Nexo, 2012, pp. 48-51.
Rurali 2002 = Elisabetta Rurali, Il castello di Abbiategrasso, in Lombardia gotica, a cura di Roberto Cassanelli, Milano 2002, pp. 247-248.
