Castello di Gambolò
Forse sorto in corrispondenza di un insediamento militare romano, l’antico borgo murato di Gambolò presenta una forma trapezoidale (circa 450×350 metri), con quattro porte e quattro vie rettilinee convergenti sulla piazza principale (piazza Cavour). Un castello è attestato fin dall’XI secolo nel centro, che almeno fin dal primo Trecento appare controllato dai nobili Beccaria, potenti protagonisti della scena politica pavese, titolari su Gambolò di prerogative signorili che ancora al termine del secolo i membri della famiglia ritenevano di natura privata, non derivate da alcuna concessione ducale. Occorre in effetti attendere il 1412 perché Antonio Beccaria ed i fratelli vengano infeudati ufficialmente da Filippo Maria Visconti del borgo, ricevendo al medesimo tempo il titolo di “conti di Gambolò”. Nel 1466 l’investitura è poi rinnovata ad Agostino Beccaria, figlio di Antonio, che detiene il castello e vi soggiorna spesso, ma che nel 1475 muore senza eredi diretti.
Nominato erede universale nel testamento di Agostino è l’Ospedale pavese di San Matteo, ma già nel 1481 Ludovico il Moro, appena giunto al potere, riesce a farsi riconoscere il privato dominio su Gambolò, occupando contestualmente il palazzo Beccaria nel castello, ove prende a risiedere con una certa costanza durante gli anni Ottanta del Quattrocento intraprendendo verosimilmente una campagna di restauri e abbellimenti. Ludovico nel contempo dona alla giovanissima amante Cecilia Gallerani beni nella vicina Parasacco e tenta di impadronirsi di gran parte dei possedimenti del defunto Agostino Beccaria facendoseli affittare in perpetuo dall’Ospedale di San Matteo, alimentando così una serie di scontri e contese tra i possessori locali (tra i quali compare anche l’influente consigliere ducale Scipione Barbavara), gli abitanti di Garlasco, Gambolò, Borgo San Siro e i deputati dell’Ospedale pavese. Con la caduta del Moro il castello e il feudo passano a Gian Giacomo Trivulzio insieme a Vigevano, Villanova e Galliate, mentre nel 1513 le stesse terre e castelli sono dati a Matteo Schiner vescovo di Sion. Agostino Litta riesce infine ad ottenere il feudo nel 1573 dietro l’esborso di una enorme somma di danaro. Anche se la proprietà del castello viene contestata dalla comunità locale fino al 1680 i nuovi signori intraprendono immediatamente una campagna di riforma edilizia per trasformare il maniero in villa.
Sito nell’angolo sud-occidentale del borgo antico, il castello di Gambolò ha struttura pressoché quadrilatera. Le antiche mura in mattoni a scarpa (sovrastate da merli ghibellini posticci) descrivono un ampio perimetro di circa 100/130 metri per lato, in parte ancora circondato da un fossato asciutto. Agli angoli restano le quattro torri cilindriche e lungo la muratura si leggono i resti di almeno altri tre torrioni. Si accede al castello da corso Vittorio Emanuele attraverso uno scenografico portale barocco ricavato nell’antico ingresso della torre maggiore. Inserito nell’angolo nord-occidentale del circuito murato, il palazzo Litta è in asse con il portone d’entrata ed è costituito da un corpo di fabbrica impostato su una corte interna rettangolare parzialmente porticata e due ali in aggetto sulla facciata, a definire una sorta di anti-corte. Notevole la lunga ala occidentale con il piano terreno porticato su colonne binate e quello superiore occupato da una galleria chiusa; detta “manica lunga” o “loggia delle dame” è innestata sul lato sud dell’edificio principale e termina nella torre tonda del Belvedere. Parte di questa struttura ospita il Museo Archeologico Lomellino, ed un tempo costituiva uno scenografico fondale al bel giardino barocco ricavato nella parte meridionale del recinto, ora trasformato in parcheggio.
Nel Quattrocento il complesso castellano di Gambolò doveva presentarsi come un notevole e ampio maniero turrito, protetto all’ingresso da una torre che i documenti d’epoca descrivono come “magna”. Entrando nel vasto recinto a destra si trovavano probabilmente la cappella, la casa del podestà con le prigioni, il forno e il pozzo, mentre a sinistra era costruita la casa del pretore e l’edificio del torchio. Avanzi del mastio, anche detto “casa del signore”, ovvero del palazzotto di Agostino Beccaria riadattato da Ludovico il Moro come sede della sua corte privata, sopravvivono nella fronte settentrionale del palazzo Litta. L’unica traccia di decorazione è la finestra in cotto a sesto acuto che si conserva in questa porzione del complesso. L’edificio era costruito attorno ad una “salla magna” (sala grande), dotato di una grande cucina, di varie stanze e di una torretta detta della colombaia (forse quella ancora presente sull’angolo nord-occidentale).
Bibliografia estesa:
Gianpaolo Angelini, Alessandra Casati, Strategia famigliare e committenza nella Lombardia Spagnola: i Litta marchesi di Gambolò e altri percorsi nel patriziato milanese, in The Taste of Virtuosi. Collezionismo e mecenatismo in Italia 1400-1900, a cura di Andrea Leonardi, Firenze, Edifir, 2018, pp. 93-104.
Edoardo Rossetti, Castello di Gambolò, in Percorsi castellani da Milano a Bellinzona. Guida ai castelli del Ducato, a cura di Federico Del Tredici, Edoardo Rossetti, Milano, Nexo, 2012, pp. 70-71.
