Milano, Palazzo di Tristano Sforza

Palazzo di Tristano Sforza, poi di Ludovico Visconti Borromeo a Milano

Edoardo Rossetti

(edificio non più esistente)

Milano, porta Nuova, parrocchia di San Fedele; porta Orientale, parrocchia di San Salvatore in Xenodochio

Milano, piazza San Fedele (Galleria Vittorio Emanuele)

Passaggi di proprietà:

Domus verso San Fedele

  • Galeotto Toscani, mercante e tesoriere del duca Filippo Maria Visconti, ed eredi (ca. 1430-1455)
  • Tristano Sforza, figlio naturale del duca Francesco e capitano d’armi (1455-1477)
  • Beatrice d’Este, figlia del marchese Borso, ed Elisabetta Margherita Sforza Pallavicini (1477-ca.1497)

Domus prospettante la contrada dei Due muri

  • Ambrogio Alciati, figlio del fu Paolino (testa nel 1461)
  • Pietro Alciati, figlio del fu Donato, erede dello zio Ambrogio (testa nel 1469)
  • Eredi di Pietro Alciati: la vedova Maria Ghilini (risposatasi con Filippo Maria Visconti) e le figlie Bianca e Lucrezia (poi suor Illuminata di Santa Maria del Monte sopra Varese)

Palazzo Visconti Borromeo (le due case unificate)

  • Ludovico Visconti Borromeo, figlio di Giovanni Maria, sposo di Bianca Alciati (ca. 1493-ca. 1525)
  • Vitaliano Visconti Borromeo, figlio di Ludovico
  • Annibale Visconti Borromeo, figlio di Vitaliano, morto nel 1564 senza eredi diretti le sue sostanze pervengono a Pirro Visconti, figlio di Fabio (figlio di Gaspare fratello di Ludovico), e a Filodora Visconti Borromeo, figlia di Pier Francesco (figlio di Ludovico) e sposa di Girolamo Visconti di Massino; il palazzo rientra tra i beni lasciati a quest’ultima (si vedano in merito ASOM, Archivio Litta, Rubriche dell’Archivio Visconti 36, 447, cfr. Morandotti 1981, pp. 115-116).
  • Carcano (sec. XVII)
  • Imbonati (sec. XVII-XIX)

 

Bibliografia: Covini 2012; Rossetti 2013.

 

Il palazzo si trovava in Porta Nuova, parrocchia di San Fedele (poi, dopo l’ingresso dei gesuiti in questa chiesa, in parrocchia di Santo Stefano ad Nuxiggiam), ed era frutto degli accorpamenti di almeno due case, quella più grande del tesoriere ducale Galeotto Toscani, ucciso durante la Repubblica Ambrosiana, e quella degli Alciati affacciata sulla contrada dei Due muri e sita nel territorio della parrocchia di San Salvatore in Xenodochio. Il primo edificio passò nel 1455 a Tristano Sforza figlio naturale del duca Francesco (Giulini 1916; Covini 1998, ad indicem; Andreozzi, Mirabile 2003; Rossetti 2011, pp. 107, 129, 138, 155, 156, 162, note 41, 149, 199; Covini 2012) probabilmente in rapporto al matrimonio celebrato nello stesso anno di Tristano con Beatrice d’Este figlia naturale di Nicolò d’Este e già vedova di Nicolò da Correggio, nonché madre dell’omonimo Nicolò da Correggio detto Postumo. Per rendere idoneo il vecchio edificio al rango del nuovo proprietario, i lavori di ampliamento e ristrutturazione della domus principiarono probabilmente poco tempo dopo l’acquisto, ma erano certamente in corso nel 1470 quando Tristano ordinava colonne bianche e morelle – i colori della divisa sforzesca – per la nuova loggia del proprio palazzo. Alla morte dello Sforza (11 luglio 1477) il complesso occupava un’ampia parte dell’isolato estendendosi fino al monastero di Santa Margherita (cenobio di benedettine). Dall’inventario post mortem di Tristano emerge l’immagine di un edificio vasto, incentrato su una grande corte porticata, composto da decine di ambienti, con un’ampia zona di servizio sita a sinistra dell’ingresso principale; quest’ultima area era disimpegnata da ulteriori cortili e da una stretta strada sovrastata da pontili che collegavano per via aerea le cucine alle stalle. L’ala aulica del complesso sorgeva tra la corte principale e il piccolo giardino confinante con i beni Alciati e si componeva di due grandi sale sovrapposte, di una cappella e di altre vaste camere con camini.

Dopo la morte di Tristano i suoi beni passarono all’unica figlia legittimata che fu sposata presto a Galeazzo Pallavicini, a seguito di questo matrimonio nacque un pesante contenzioso tra la vedova dello Sforza, la figliastra e il Pallavicini. La lite coinvolse direttamente Nicolò da Correggio ed ebbe un esito negativo per Nicolò e l’anziana madre, poco dopo la morte dell’omonima duchessa di Milano, Beatrice d’Este, cugina di Nicolò e a lui molto vicina. A seguito dei litigi insorti tra Galeazzo Pallavicini e Beatrice d’Este, tra il 1496 e il 1497 la casa fu tolta alla vedova Sforza e il Pallavicini l’affittò a Ludovico Visconti Borromeo. Nel contempo la consorte del Visconti Borromeo, Bianca Alciati, proprietaria della casa adiacente tentò di avere tutta la proprietà della casa paterna dalla sorella divenuta suor Illuminata a Santa Maria del Monte sopra Varese. Dopo anni di confische ed esili dovuti alla sua militanza filosforzesca il Visconti acquistò definitivamente la dimora solo nel 1510 ampliandola con l’annessione della vicina casa della moglie Bianca Alciati. Nel 1564, morto senza prole Annibale Costantino Visconti Borromeo, nipote di Ludovico, l’eredità fu divisa tra Fabio di Fontaneto e Ludovico di Massino. A quest’ultimo spettò la casa di San Fedele pervenuta prima ai Carcano, poi dopo un devastante incendio agli Imbonati nel 1659. Marcantonio del Re rappresenta la facciata del palazzo nella sua celebre serie di incisioni di Milano e sebbene l’aspetto generale della fronte si debba attribuire ai rifacimenti voluti dagli Imbonati del XVII secolo, si riconosce con una certa sicurezza l’antica porta rinascimentale. Il portale era sostenuto da pilastri senza capitello recanti una modanatura piegata a squadro alla sommità in un solo ordine. Era sormontato da un timpano con un’annunciazione marmorea sugli spigoli. Al margine sinistro dell’incisione si riconosce anche la porta rustica archiacuta che immetteva nella strettoia che separava le stalle e le cucine dal resto del palazzo. Le due finestre all’estremità sinistra sono infatti quelle corrispondenti alle scuderie del palazzo. Nella seconda metà del XVIII secolo, Venanzio De Pagave ne ricordava la sobria facciata, l’elegante portale, i bei porticati con le Storie della guerra di Troia, la scala con i dipinti rinascimentali, entrambi da lui attribuiti a Bramantino, e la volta del salone terreno con un Giudizio di Paride di Pellegrino Tibaldi affrescato sulla base di un’incisione di Marcantonio Raimondi tratta dal celebre soggetto raffaellesco. Questi ultimi lavori da attribuire alla committenza dei Visconti Borromeo.

Il palazzo di Tristano Sforza passò per via ereditaria a Carlo Imbonati (1753-1805) e ospitò Alessandro Manzoni, acquistato prima (1804) da François-Louis Blondel (1749-1812), suocero del Manzoni, divenne infine di Carolina Maumary Seufferheld amica dei Blondel e cognata di Massimo d’Azzeglio. L’ultima proprietaria abitava nel vicino palazzetto di via Morone, già Passalacqua, fatto ristrutturare all’architetto Gaetano Besia (1791-1871) su commissione del marito, il banchiere Ludwig Seufferheld originario di Francoforte (Morandotti 2001, pp. 303-304). Quando il palazzo Imbonati fu demolito per lasciare spazio alla ristrutturazione dell’isolato – vi si costruì l’edificio che fu prima sede del Teatro Manzoni – parte dei materiali rinascimentali, specie i capitelli, furono ricoverati nella casa di via Morone (Mezzanotte, Bascapè 1968, p. 167). La Seufferheld donò al Museo Patrio di Archeologia in Milano alcuni frammenti quattrocenteschi ritrovati durante i restauri del palazzo di via Morone, ma non i resti di casa Imbonati (ACRA, C.C., ff. 276v-277r, nn. 2314; Caimi 1874, p. 7). Poco dopo la sua morte (1894) Giulio Carotti tentò un recupero di tutto il materiale già proveniente dal palazzo di San Fedele. Si contattò con risultato fallimentare Ippolito Marchetti di Montestrutto nuovo proprietario dell’immobile di via Morone (Archivio della Consulta, Adunanze della Consulta, doc. 2446, Milano, 1896 gennaio 16, Ippolito Marchetti di Montestrutto a Giulio Carotti). Anche Gustavo Frizzoni si occupò della questione facendo relazione del suo insuccesso all’adunanza del 29 febbraio 1896 (Ibidem, doc. 2452). Su richiesta di Giuseppe Vigoni e Giulio Carotti si ottennero infine per il Museo due pezzi (un peduccio e un semicapitello) conservati presso la casa di Massimo De Vecchi in via Monte di Pietà e provenienti – nelle lettere si esprime la certezza dell’origine di uno solo dei due manufatti, il semicapitello con l’emblema del Cane sedente sotto il pino, mentre nel Bollettino Carotti generalizza indicando la sicura provenienza di entrambi – dalla vecchia dimora Imbonati in San Fedele (ACRA, C.C., ff. 453v-454r, nn. 3667, 3668; Archivio della Consulta, doc. 1202, Giuseppe Vigoni e Giulio Carotti a Massimo De Vecchi, 1897 febbraio 8; Ibidem, doc. 1207, Massimo De Vecchi al Presidente del Museo Patrio di Archeologia, 1897 febbraio 11; Ibidem, doc. 1220; Carotti 1898, pp. 373-374). Associando queste informazioni con quelle fornite da Carlo Vicenzi (ACRA, Inv. Vic., f. 110, 111) e presenti nel volume curato da Paolo Mezzanotte e Giacomo Carlo Bascapè (1968, p. 167) risulterebbe che i pezzi per ora noti provenienti dal palazzo di Tristano siano almeno cinque. Si tratta di due meravigliosi capitelli in marmo rosso – forse realizzati nella ticinese pietra d’Arzo più che nell’omologo materiale veronese – conservati ancora nel cortile del palazzo Passalacqua Seufferheld in via Moroni, 2. Questi presentano da un lato l’impresa del Cane sedente sotto il pino e dall’altro la vipera viscontea inquartata con tre gigli di Francia e l’aquila estense. Nonché altri tre pezzi: un peduccio, un semicapitello (in pietra bianca) e un capitello (sempre in marmo rosso) conservati presso i Musei Civici del Castello Sforzesco. Il capitelli sono su base ottagonale e presentano una corona di foglie acantacee e volute a S terminanti in rosette. Le foglie maggiori sostengono le volute angolari, mentre su quelle minori si appoggia la parte terminale delle volute; quest’ultima è sovrastata a sua volta da una palmetta. L’abaco è costituito da una semplice lastra quadrangolare priva di fiore. Due facce del capitello sono nascoste da scudi recanti stemmi. Il capitello conservato presso il Castello Sforzesco presenta una peculiarità significativa, su un lato si ritrova l’originario emblema del Cane sedente sotto il pino presente anche negli altri pezzi provenienti dal palazzo di Tristano Sforza. L’altro lato reca invece lo stemma della famiglia Imbonati, successiva proprietaria dell’immobile, rappresentate un castello biturrito sovrastato da un’aquila. L’emblema di casa Imbonati è stato evidentemente ricavato nel XVII secolo scalpellando il precedente stemma e modificando tutta la superficie del capitello (Rossetti 2013). Sono di fatto quasi identici a quelli del porticato del castello dei Rusca a Locarno.

Una preziosissima testimonianza relativa all’aspetto del palazzo deriva da un rilievo parziale dell’architetto Luigi Bisi realizzato in vista della costruzione del Teatro Manzoni. Il rilievo rappresenta essenzialmente la parte su strada dell’edificio, la corte d’onore e le stalle. Queste ultime sono facilmente riconoscibile nel grande ambiente meridionale diviso in tre navate irregolari e site dopo la porta di ingresso a sinistra della facciata originariamente immettente in uno strettone ancora intuibile nel disegno di Bisi. Mancano purtroppo tutte le stanze dell’ala aulica occidentale già abbattute in questo stato della demolizione. Lo spazio della corte centrale si ricostruisce con una certa facilità dal disegno. Due braccia di portico quello occidentale e settentrionale, più stretti, risultano essere stati tamponati. Aperti sono ancora quelli più profondi del lato orientale (di ingresso) e meridionale. Si intuisce facilmente che la corte doveva essere divisa in cinque campate di portico per lato. Il soffitto del portico non era voltato ma coperto da impalcato ligneo, come in quasi tutti i palazzi milanesi del XV secolo. La corte così sistemata risulta molto simile per aspetto a quella che doveva essere quella del Palazzo di Gian Giacomo Trivulzio in Rugabella, edificio il cui cantiere originale si assegna sempre agli anni Settanta del XV secolo (Martinis 2016). I corpi scala sembrano frutto di risistemazioni seicentesche, ma è possibile che anche il corpo scala originale si trovasse a sinistra dell’ingresso, ed è possibile che la scala con affreschi rinascimentali ricordata da De Pagave sia quella ad unica rampa situata quasi al centro nel portico meridionale.

Le stime e le descrizioni legate alle varie transazioni immobiliari scandite su trecento anni, la nota di Venanzio De Pagave, la stampa di Marcantonio Del Re, il parziale rilievo di Luigi Bisi e i pochi ma sofisticati pezzi superstiti dell’edificio concorrono a ricreare in un modo di fatto unico l’aspetto del palazzo milanese, di fatto quasi completamente ricostruibile attraverso la somma di ognuna di queste tracce. Certo la corte d’onore del palazzo di San Fedele con il doppio ordine di portici di pietra bianca e rossa su colonne a sezione ottagona, tutta dipinta con i fatti delle guerre troiane, doveva costituire un vivace e policromo campione dell’arte milanese tra XV e XVI secolo. Se, come attestato dalla documentazione, l’edificio era un imponente cantiere attorno al 1470, la domus magna di Tristano Sforza con i suoi pochi resti risulterebbe una delle più interessanti attestazioni dell’architettura civile milanese negli anni del duca Galeazzo Maria Sforza (1466-1476) inserita nello spazio vuoto tra i lavori al Banco Mediceo e l’intensa fase edilizia degli ultimi due decenni del secolo. Sono infatti completamente scomparse le tracce quattrocentesche di altri notevoli edifici privati modificati in questi anni: il palazzo della contessa di Melzo e la casa del cantore Jean Cordier, entrambe in San Giovanni sul Muro e demolite nei primi anni del governo francese, la prima fase della costruzione del palazzo di Gian Giacomo Trivulzio e la grande casa di Cicco Simonetta in San Tommaso in Terramara.

 

 

Documenti e fonti per la domus magna di Tristano Sforza e di Ludovico Visconti Borromeo

 

1.

1455 aprile 18,

Milano, porta Nuova, parrocchia di San Fedele, case dei fratelli Toscani.

ASMi, Notarile 636, notaio Giacomo Perego

Il magnificus et preclarissimus iuris utriusquevdoctor dominus Bartolomeo Moroni, figlio del fu Giovanni, ducalis consiliarius, e Antonio e Paolo Moroni, figli di Bartolomeo, abitanti a Milano in porta Nuova, parrocchia di San Martino ad Nuxigiam, cedono all’illustri militi domino Tristano Sforza, figlio dell’illustri principis et excelsi domini domini ducis Mediolani, abitante a Milano in porta Vercellina, parrocchia di San Giovanni sul Muro, un credito di 4.000 lire imperiali (rispetto ad un credito complessivo di 3.000 scudi d’oro del valore di sexagintaquatuor pro marco) e un credito di 3.700 lire che i Moroni vantano nei confronti degli eredi di Galeotto Toscani (Azzone, Giovanni Marco, Francesco, Niccolò e Giovanni Antonio), secondo la sentenza emessa da Raffaele Negri e Leone Beacqua, abati dei mercanti di Milano su consiglio del giureconsulto Stefano Bossi, e in base alle lettere di cambio date in Milano il 15 maggio 1449 e il 1 giugno 1449 e firmate da Galeotto Toscani per il commercio di drappi di lana e di seta intercorso tra il Toscani, Guglielmo Marliani, Antonio Moroni, Battista Taverna, Donato Giocatorio e Francesco Maggiolini.

 

2.

1455 aprile 18,

Milano, porta Nuova, parrocchia di San Fedele, case dei fratelli Toscani.

ASMi, Notarile 636, notaio Giacomo Perego

Davanti a Protasio Carcassola, console di giustizia, Maffiolo de Prata, figlio del fuRanzino, abitante a Milano in porta Nuova, parrocchia di San Bartolomeo intus, curatore dei minori Giovanni Marco, Niccolò, Giovanni Antonio Toscani (come risulta da un documento di tutela rogato dal notaio milanese Damiano Bolgheroni), nonché Azzone Toscani, fratello dei minori, tutti figli di Galeotto e abitanti a Milano in porta Nuova, parrocchia di San Fedele, proprietari di due parti su tre dei beni oggetto della transazione, e Maffeo da Clivate, figlio del fu Andrea, abitante a Milano in porta Nuova, parrocchia di San Fedele, agente a nome del conte Cristoforo Torelli (come risulta da un documento di procura rogato dal notaio di Guastalla Giovanni Antonio de Bonianis) per la proprietà di un terzo dei beni oggetto della transazione a suo tempo venduti al conte dai fratelli Toscani (come risulta da un documento di vendita rogato dal notaio Giovanni Antonio Cantù), vendono al prezzo di 10.695 lire imperiali aTristano Sforza, unsedimen uno magnosito a Milano in porta Nuova, parrocchia di San Fedele “quod est cum hedefitiis, cameris, sollariis, canepa subtus terram, orto, puteis duabus, curte, salis et aliis suis iuribus et pertinentiis, item de uno alio sedimen ibi contiguo quodam accessis mediante quos est cum hedefitiis, cameris, sollariis, canepa subtus terram, curte, puteo et aliis suis iuribus et pertinentiis, cui primo sediminicoheret a mane strata mediante accessium eorum inter ipsorum veditorum domini Ambrosii de Alzate et certosalios, a mane suprascripti domini Ambrosii de Alzate, a sero suprascripti domini Ambrosiis et in parte dictum accessium et in parte dictum aliud sedimine et alii sedimen coheret ab una parte strata, ab alia dictum accessium et ab aliis domini Bartolomei de Ravertis”. Contestualmente Maffeo da Clivate confessa di avere ricevuto 1.920 lire a nome del conte Cristoforo Torelli; Antonio e Paolo Moroni, figli del Bartolomeo, agenti a nome proprio e a nome del loro padre,acconsentono alla transazione avendo Tristano Sforza rilevato i crediti dei Moroni nei confronti dei Toscani; e Franceschina de Maregario detta de Bonromeis, figlia del fu Filippo e vedova di Galeazzo Toscani, nonché madre di fratelli Toscani, e Caterina Biglia, figlia di Dionisio e moglie di Azzone Toscani, acconsentono alla transazione dichiarando che i propri patrimoni dotali sono stati tutelati.

 

3.

1470 settembre 22,

Milano, Tristano Sforza al duca Galeazzo Maria Sforza.

ASMi, Sforzesco 896

Illustrissimo monsignor mio

In executione de littere di vostra excellentia ho mandato per le maestro che m’ha conducte et lavorate le collone bianche e morelle poste ad una mia logia et dimandato da luy sel me ne daria una certa quantità in quella bontà et perfectione sono queste m’ha risposto de sì et migliore perché quanto più entra nel sasso tante migliore, si che ho voluto in notta el pretio de l’uno marmoro et de l’altro quale mando qui inclusa a la excellentia vostra alla quale piancendo così de fare se meterà a lavorare di subito. Alla quale me recomenado a Milano, xxii septembre 1470

Ill. d. v. servitor Tristanus Sfortia Vicecomes

 

4.

1474 agosto 20,

Milano.

ASMi, Notarile 1069, notaio Agostino Terzaghi,

Dote di Maria Ghilini e delle figlie.

 

5.

1478 aprile 4,

Milano, porta Nuova, parrocchia di San Fedele, casa di Elisabetta Margherita Sforza.

ASMi, Notarile 2145, notaio Giorgio Rusca.

Bibl.: Covini 2012

Il magnificus et clarissimus iuris utriusque doctor dominus Ludovico de Roberti, figlio del fu magnifici domini Aloiso, abitante a Milano in porta Comasina, parrocchia di San Protasio in Campo intus, oratore e consigliere di Ercole d’Este duca di Ferrara, agente per conto del duca di Ferrara, tutore di Elisabetta Margherita, figlia del fu illustri domini domini Tristano Sforza Visconti (come risulta da un lettera ducale data in Ferrara il 16 agosto 1477), fa realizzare l’inventario dei beni del defunto Tristano Sforza per tutelare l’eredità di Elisabetta Margerita: bona reperta penes Martinum de Isachis, in camera nuncupa Martini de Isachis, olimfamiliaris prefati domini domini Tristani, sita in domo in qua habitaresollebantprefatum quondam dominus Tristanus sita in porta Nova Mediolani, parochie Sancti Fidelis […] in camera puele de supra […] in salla magna de supra […] in salla magna vetterem de supra […] in camera de supra a canibus […] in camera de supra a platea […] in camera Martini de Isachis […] in camera nuncupataTartaghe […] in stuffa […] in camera ab ampitribus […] in camera de orto in loco curiali et camino […] in camera camini de subtur versus ortum […] in guardacamera versus ortum […] in salla veteram supra ortum […] in camera prope portam […] in canceleria nova […] in dispensa […] in camera camini de subtus […] in cancelleria veteram […] in stalla […] in coquina […] in canepa […] in sollario a blado […] in camera de subtusubitenentur selle […].

 

6.

1484 gennaio 2,

Milano.

ASMi, Notarile 1353, notaio Candido Porri.

Nel 1482, ai tempi della dotazione di Margherita Sforza, la proprietà era stimata la considerevole somma di 16.000 lire imperiali e descritta come coerente “ab una parte strata, ab alia domini Ambrosii de Revertis, ab alia domine Marie de Alziate [ovvero Maria Ghilini] uxor magnifici domini Filippi Vicecomittis, ab alia domini Bartolomey de Zemo in parte et in parte dominarum monialium Sancte Margherite Mediolani”.

Note: Il matrimonio era stato concordato il 18 gennaio 1481 quando contemporaneamente era dato a Niccolò da Correggio il feudo del Castellazzo (ASMi, Sforzesco 1476). Inoltre sui i confinante si ricordi che il testamento di Filippo Maria Visconti era rogato “in stalla illustrisdomine domine Beatricis Extensis, contigua domus abitationis dicti Ambrosii de Ravertis [marito di Lucia Marliani favorita del duca Galeazzo Maria Sforza] iuxta stalla” (ASMi, Notarile 1850, notaio Antonio Zunico, 1482 agosto 28). Un altro abitante dell’isolato del palazzo di Tristano, vicino delle monache di Santa Margherita – cenobio già affrescato in facciata da Butinone e Zenale – era il causidico Giuliano Balsamo denunciato dalle religiose nel 1492 perché aveva fatto realizzare una “baltrescha in casa sua contigua al detto monastero che non solo guarda dentro il monastero ma guarda nella camera sopra li propri letti dove esse sore dormeno” (ASMi, Sforzesco 1475, 1492 maggio 15). Il testamento del Balsamo con alcuni riferimenti alle sue case di Santa Margherita in ASMi, Notarile 2921, notaio Bartolomeo Pagani, 1498 ottobre 28).

 

7.

1488 luglio 28,

Varese, monastero di Santa Maria del Monte.

ASMi, Notarile 3296, notaio Giovanni Pietro da Velate.

Lucrezia Alciati, figlia del fu Pietro, conversa nel monastero di Santa Maria del Monte sopra Varese, ordine di Sant’Ambrogio ad Nemus, lega al detto monastero metà pro indivixo della sua casa sita a Milano in porta Orientale, parrocchia di San Salvatore in Xenodochio.

 

8.

1489 aprile 24,

Milano.

AMSi, Sforzesco 1491.

Beatrice d’Este e Bartolomeo dei Conti di Cemo litigano per l’apertura di una finestra fatta aprire dalla vedova di Tristano Sforza e si rimettono all’arbitrato di Giovanni Besozzi.

 

9.

1490 ca., 

ASMi, Comuni 54.

Tra le case “recordate per li sescalchi” in vista della necessità di accogliere ospiti illustri e ambasciatori stranieri in visita a Milano compare quella di Beatrice d’Este:

 

10.

1492 febbraio 28,

Milano.

ASMo, ASE, PE 1146 VIII.

Tissoni Benvenuti 1989, p. 108, lettera 93.

Nicolò da Correggio a Ercole d’Este

Nicolò da Correggio scrive allo zio duca di Ferrara “respondo che per essere io a Milano, sonno obligato a dui carnevali, ne li quali hanvendo deliberato per il carnevale romano una farsa qui in casa nostra, a satisfactione di questi illustrissimi signori, sono di poi ricercato da la excellentia del signore Ludovico ad ordinarli alchune cose per il carnevale ambrosiano”.

 

11.

1496 maggio 28,

Correggio.

ASMi, Sforzesco 406.

Tissoni Benvenuti 1989, pp. 133-134, lettera 123.

Niccolò da Correggio a Ludovico Maria Sforza

Nicolò da Correggio scrive al duca di Milano “… il può havere visto la excellentia vostra quale sia stata sempre la disposizione mia che madonna mia matre venghi a la divisione con misser Galeaz Palavicino, che per farlo non solamente la ho persuasa, ma invitato lui como mi ne è buono testimonio il magnifico messer Francescho Bernardino, quale mi dava speranza di asettare pacificamente il tutto senza litigio. il che mi persuadeva dovesse succedere, sapendo che dal canto nostro se li voleva fare il debito; ma esendo di presente avisato per lettere d’essa madonna mia matre che per Vostra xcellentia è ordinato de fare vedere se la littera per quella già concessa di provare che havesse havuto il modo di acquistare, l’ha potuta fare iuridichamente; et che sia posto misser Galeaz a la possessione di la heredità dil quondam signore Tristano, riservato la donatione et li acquisti insino che serà terminato supra questa littera, non ho potuto fare che non ne receva displiacentia, parendomi che oltra l’interesso di madonna mia madre, che pure è mi, sia caircho a lei et a me ch’el para per qualche nostro demerito ne sia facto questa novità con disfavore, non meritando, et aspectando da quella per la fede et devotione nostra continuata, etiam continua gratia et beneficio … et scià la excellentia vostra che li arbitri a la presentia di quella  tante volte hanno confessato essere vero che a madonna mia matre non hanno voluto concedere tempo di fare le sue prove. Como si voglia, considerato che ‘l revochare di questa littera sarà il cominciare la litte, et cederà in preiudicio grandissimo di madonna mia madre, et che officio di principe è di tronchare le differentie; et che non saperessimo penasre de ritrovarsi per la inclinazione et servitù nostra in migliore mano …”.

 

12.

1497 aprile 1,

Varese, Santa Maria del Monte.

ASMi, Sforzesco 1137.

Suor Benedetta, badessa di Santa Maria del Monte a Ludovico Maria Sforza.

Le monache di Santa Maria del Monte si lamentano per la richiesta “che sia donata la loro parte di casa di Pietro Alciati a madonna Bianca Alciati”, rammentando che “come è parso a frate Giacomo da Sesto e frate Giovanni Pagnani di diminuire il dono” perché hanno 600 ducati in spese di lite “e sono obbligate a pagare altri legati che ascendono a ducati 4500”.

 

13.

1497 aprile 24,

Varese, Santa Maria del Monte.

ASMi, Sforzesco 1137.

Suor Illuminata Alciati a Ludovico Maria Sforza

La religiosa si lamenta per le contese ereditarie con la sorella, specie per la casa del padre, sostiene che è gravata dal testamento paterno di costruire due chiese al Monte, più una stanza da prete, ma i lavori sono costosi e difficoltosi per via del sasso e della roccia del luogo.

Nota: il testamento paterno – che però potrebbe non essere il documento definitivo – non menziona questo legato, ma una spesa di 100 ducati per la chiesa di Santa Maria di Guadalupe a Bressanoro (Castel Leone), cfr. ASMi, Notarile 1677, notaio Antonio Medici, 1469 giugno 10.

 

14.

s.d. [1497]

ASMi, Sforzesco 1475.

Bibl.: Covini 2012, pp. 54-55.

Il duca revoca a Nicolò da Correggio l’incarico di consiglio segreto e impone di fare la divisione della casa di Beatrice d’Este.

 

15.

1497 maggio 3,

ASMi, Sforzesco 1137.

Galeazzo Pallavicini a Ludovico Maria Sforza

Galeazzo Pallavicini scrive in merito alla richiesta dell’oratore di Napoli di avere la casa di Milano che “con difficoltà di spese et dispiaceri l’ho levata de mane della illustrissimama madona Beatrice” e che ora vuole tenerla per sé.

 

16.

1497 novembre 8,

Milano.

ASMi, Sforzesco 1475.

Ludovico Maria Sforza a Galeazzo Pallavicini

Il duca scrive al Pallavicini che sapendo “che volevati affictare la casa a Ludovico Vesconte et havendo noy pensato a questo cum considerazione che la illustrima madona Beatrice, essendo riducta a questa sua ultima età desideraria non finirla fora de epsa casa dove è vivuta fin adesso”.

 

17.

1498 gennaio 24,

ASMi, Sforzesco 1494.

L’avvocato di Nicolò da Correggio si lamenta perché Antonio Maria Palalvicini non ha consegnato degli arazzi, cioò due ornamenti da camera e uno in cui “descriptis erat triumphus Genue”.

 

18.

1498 luglio 18,

ASMi, Sforzesco 1494.

Sulla causa di Nicolò da Correggio con i Pallavicini. ncora su causa nicolò da correggio e pallavicini

 

19.

1498 ottobre 10,

ASMi, Notarile 3000, notaio Francesco da Velate.

Il prete Gasparino Porro, preposito di Santa Maria del Monte sopra Varese, vende per la somma di 3.422 lire imperiali, 11 soldi e 2 denari a Ludovico Visconti Borromeo, agente a nome di Bianca Alciati, figlia del fu Pietro sua moglie, metà pro indivixo di un sedime sito a Milano in porta Orientale, parrocchia di San Salvatore in Xenodochio, quod est cumsuisedefitiis, cameris, solariis, stalla, porticibus, curiis, orto, accessio et iure accessiandi per anditum et portamque est propesediminaquoderant quondam domini TristaniSfortie et nunc est prefati domini Ludovici, et aliis suis iuribus et pertinentiis, cui sedimine coheret, seu tunc coherebant ab una parte strata in parte et in parte domini Prosperi de Lampugnano, ab alia in parte prefati domini Prosperi et in parte suprascriptum accessium dicti sediminis, ab alia suprascriptum sedimine quod fuit domini Tristani et ab alia monasterii Sancte Margarite Mediolani, et ab alia tenebant per dominum Gabrielem de Moresinis nomine domini Aluysii de Gallarate.

 

20.

1510 febbraio 1,

Milano, porta Orientale, San Babila intus, casa del marchese Antonio Maria Pallavicini.

ASMi, Notarile 4095, notaio Giovanni Antonio Robbiati.

Il marchese Galeazzo Pallavicini, figlio del fu marchese Pallavicino, abitante nel castello di Busseto, diocesi di Cremona, e ora domiciliato a Milano in porta Orientale, parrocchia di San Babila intus, confessa di avere ricevuto tutto quanto a lui dovuto da Ludovico Visconti Borromeo, figlio del fu Giovanni Maria, abitante a Milano in porta Nuova, parrocchia di San Fedele, per il fitto del sedime in cui Ludovico Visconti Borromeo abita.

 

21.

1510 febbraio 1,

Milano, porta Orientale, San Babila intus, casa del marchese Antonio Maria Pallavicini.

ASMi, Notarile 4095, notaio Giovanni Antonio Robbiati; ibid., 4984, notaio Giovanni Giacomo Cambiaghi.

Il marchese Galeazzo Pallavicini, figlio del fu marchese Pallavicino, abitante nel castello di Busseto, diocesi di Cremona, e ora domiciliato a Milano in porta Orientale, parrocchia di San Babila intus, vende per il prezzo di 18.000 lire imperiali al magnifico domino Giovanni Paolo da Rho, figlio del fu Pagano, abitante a Milano in porta Ticinese, parrocchia di San Sisto un sedime, seu sedimibus duabus simil se tenentibus, sito a Milano in porta Nuova, parrocchia di San Fedele, quod est, seuque sunt, cumsuis hedefitiis, cameris, sollariis, curiis, orto, portis, et aliis suis iuribus et pertinentiis, cum iure transefeundi et emendi per stregiolum ibi contiguum et per quandam portam existentem in altero ex ipsis sedimibus, ac et de stallis contiguisdictis sedimibus, ultra dictum stregiolum, cum suis superioribus et generalis, de omnibus et singulislocisque de presenti tenetur per magnificum militem dominum Ludovicum Viceomitis et Bonromeis, una cum dictis duabus sedimibus ficti nomine, et aliis suis iuribus et pertinentiis, quibus coheret ab una parte strada, ab alia heredum quondam magnifici domini Bartolomeo de Zemo in parte et in parte monasterium monialium Sancte Margherite, ab alia magnifice domine Balche de Alzate, ab alia in parte dictum stregiolum qui etiam est ad usum dictum sedimen et honorum venditurum ut supra, et in parte domini Brande de Serono. Contestualmente il marchese Galeazzo Pallavicini confessa di avere ricevuto 12.000 lire da Giovanni Paolo da Rho, promette porre alle grida i sedimi venduti prima di ricevere le restanti 6.000 lire e nomina come proprio fideiussore per le 12.000 lire ricevuto il marchese Cristoforo Pallavicini, figlio del fu Pallavicino, abitante a Busseto, ed ora domiciliato a Milano in porta Orientale, parrocchia di San Babila intus. Al contratto è apposto un patto speciale con il quale il venditore e il fideiussore eleggono come propri domicili milanesi, presso i quali far pervenire ogni istanza e contestazione relativa alla vendita del sedime, le case milanesi di Battista Visconti, sita in porta Comasina, parrocchia di San Tommaso alla Croce dei Sicari, degli eredi di Francesco Bernardino Visconti, sita in porta Romana, parrocchia di San Giovanni in Conca, e di Giovanni Battista Pusterla, sita a Milano in porta Ticinese, parrocchia di Sant’Alessandro in Zebedia.

 

22.

1510 febbraio 23,

Milano.

ASMi, Notarile 4095, notaio Giovanni Antonio Robbiati.

Giovanni Paolo da Rho riconosce come proprio affittuario Ludovico Visconti Borromeo per un sedime sito a Milano in porta Nuova, parrocchia di San Fedele; sul quale Ludovico pagava già al marchese Galeazzo Pallavicini un fitto annuo di 425 lire imperiali.

 

23.

1510 marzo 12,

Milano, porta Ticinese, parrocchia di Sant’Alessandrino in Palazzo, casa di Giovanni Paolo da Rho.

ASMi, Notarile 4095, notaio Giovanni Antonio Robbiati.

Giovanni Paolo da Rho, figlio del fu Pagano, abitante a Milano in porta Ticinese, parrocchia di Sant’Alessandrino in Palazzo, vende per il prezzo di 18.000 lire imperiali a Ludovico Visconti Borromeo, i due sedimi in cui Ludovico abita. Contestualmente Giovanni Paolo da Rho confessa di avere ricevuto 12.000 lire da Ludovico Visconti Borromeo, mentre quest’ultimo si impegna a pagare le restanti 6.000 lire direttamente al marchese Galeazzo Pallavicino.

 

24.

1519 maggio 25,

Milano, porta Nuova, parrocchia di San Fedele, casa di Ludovico Visconti Borromeo.

ASMi, Notarile 4101, notaio Giovanni Antonio Robbiati.

Niccolò Marliani, figlio del fu Stefano, abitante a Varese, diocesi di Milano, agente come procuratore della badessa e delle monache di Santa Maria del Monte sopra Varese, dell’ordine di Sant’Ambrogio ad Nemus (come risulta da un documento di procura rogato a Velate il 17 maggio 1519 dal notaio milanese Aloisio Bianchi) confessa di avere ricevuto 430 lire imperiali da Ludovico Visconti Borromeo, agente a nome di Bianca Alciati, figlia del fu Pietro sua moglie, a completa soluzione (calcolando anche quanto già versato dai coniugi al prete Gasparino Porri) di quanto dovuto da Bianca al monastero di Santa Maria del Monte per l’acquisto di metà della propria casa sita a Milano in porta Orientale, parrocchia di San Salvatore in Xenodochio. Contestualmente il Marliani libera i coniugi Visconti Borromeo da ogni obbligo verso il monastero di Santa Maria del Monte e dichiara le monache hanno investito il denaro derivante dalla vendita della casa nei beni di Fayda acquistati dagli eredi del magnifici domini Aloisio Castiglioni e della Schiranna acquistati da Caterina Ghioldi del terzordine.

 

25.

1579 luglio 31,

Milano.

ASOM, Archivio Litta 252.

Tommaso Odescalchi, agendo a nome di Lavinia Visconti Borromeo di Massino, figlia del fu Ludovico (figlio del fu Girolamo), vende a Deianira Cassina Vistarini [suocera di Lavinia] una casa grande sita a Milano in porta Nuova, già in parrocchia di San Fedele e ora in parrocchia di Santo Stefano ad Nuxigiam; è allegata la copia del rogito di Giovanni Antonio da Robbiate del 12 marzo 1510.

 

26.

1659 maggio 31,

Milano, porta Nuova, parrocchia di Santo Stefano ad Nuxigiam, casa di Carlo Imbonati, in una ex salis inferioribus respicente versus viridarium.

ASOM, Archivio Litta 252, notai Carlo Maria Mantegazza e Giovanni Battista Imbonati.

Giovanni Battista Carcano, figlio del fu Antonio, abitante a Milano in porta Romana, parrocchia di San Calimero, agente a nome di Giovanni Pietro quarto, Carlo e Giorgio Carcano, suoi fratelli (come risulta da un documento di procura rogato il 19 aprile 1649 dal notaio Carlo Maria Mantegazza), vendono per il prezzo di 36.000 lire imperiali a Carlo Imbonati, figlio del fu Francesco, abitante a Milano in porta Nuova, parrocchia di Santo Stefano ad Nuxigiam, un sedimen magno a nobili pro parte combusto et in relatione ingenieri iinserta in dicti slitteris patentibus, cum viridario sito a Milano in porta Nuova, parrocchia di Santo Stefano ad Nuxigiam, quod est cum locis diversis in terra et suissuperiorib ususque ad terctum inclusive, curiisduabus, porticiis, canepis subterraneis, stallis, situm locorum combustorum et materia que ex combustione remansit et denique de dicto toto sedimine et situ ac materie in eo statu et gradu pro ut reperitum et omnibus eiusiuribus et pertinentiis, et cui coheret ab una parte strata, ab alia domina comittissa Aloisia Estensis heredis quondam marchioni Iohanni Hieronimi Marini, ab alia monasterii reverende monialium Sancta Margaritta Mediolani, ab alia infrascriptum sedimen, ab alia heredum quondam Iosephi Lanfranchi, et ab alia scaton maior (?) Ludovicus Abdua mediante strecchiono; item de alio sedimini parvo a pensionantibus dicto sedime magno a nobili annesso, et in quo sedimine parvo ingredietur per corte, strata, seu vicum appellatum delli Duoi muri, situm in porte Orientali, parochie Sancti Salvatoris in Xenodochio Mediolani, et consist in diveris locis in terra cum suis superioribus, porticu, curia, viridario parvo, canepiis, stallis et aliis suis iuribus et pertinentiis, cui coheret ab una parte strata, ab alia dictum sedimen magnum a nobili, ab alia Francisci da Cremone, ab alia Caterina Zacono, ab alia dictorum heredum Iosephi Lanfranchini.

Inclusa nell’atto la relazione dell’ingegnere Giovanni Benedetto Bigarolo:

Per decreta fatto dall’excellentissimo senato ottenuto da Giovanni Pietro quarto Carcano sotto li 14 dicembre prossimo passato, a ciò andassi in fatti a visitare e stimare il danno della restaurazione da farsi causata dall’incendio occorso nella casa dell’heredità Carcana nel mese d’agosto prossimo passato, dove di presente abita Carlo Imbonato in porta Nuova, parrocchia di Santo Steffano in Noxigia, ed anco facessi la stima del stato presente, che si trova detta casa cossì incendiata, che però li 7 corrente sono andato in fatto, ed ivi il tutto visitato ho trova che detta casa prima dell’incendio consisteva nella porta per entrare con suo andito in volta, entro la qual porta vi è il portico antico con sopra galleria aperta, a man dritta entrando vi è un loco a piano terra con sopra il superiore che capisce l’andito della porta suddetta a fianco la corte, dalla detta parte vi è il portico antico con il scalone sotto e sopra il portico superiore; a mano sinistra entrando vi sono due luoghi a piano terra con sopra li superiori, a fianco la corte da nobili di detta parte vi è un quarto nel quale vi era sotto la conserva sotterranea con portici annessi quali servivano per legnera, con sopra una sala et una camera, con sua scala secreta verso la strata in testa alli detti luoghi, un’altra camera a piano terra con sopra il superiore. In faccia entrando vi è il portico con una sala a piano terra con in testa una camera et sopra un salone che capisce il detto portico con la capella verso il giardino. Si va nella corte rustica e vi è due camere verso strada con sopra li superiori, portico rustico avanti con sotto le scale e sopra il portico aperto con altre scale per andar alli fenili, a fianco della corte rustica vi è un strecchione comune con altri vicini tutto coperto con sopra le sue camere, in fondo di detta corte vi è la cucina con sua dispensa, con canepa sotterranea sotto con annesso una scala a piano terra e sopra li superiori si tramonta detto strecchione e vi sono le stalle de cavalli, una in dodeci poste con cortile avanti, l’altra in cinque poste con sopra in tutto camere. Vi è il giardino grande et a mano sinistra entrando in esso vi è un appartamento con tre luoghi a piano terra con suo andito con dentro le scale e sopra li superiore; a tutti in fondo delli detti luoghi vi è un altro cortile dove vi è il prestino e forno con un portico e sopra li superiori con la baltresca inclusivamente per tutto fino al tetto, pozzo, vaso, cisterne con altre sue ragioni e pertinenze, giardino grande, corte civile e due corti rustiche. Dalla suddetta casa si va in un casino che ha la porta grande verso la contrada delli Duoi muri e consiste in detta porta con andito a mano dritta entrando in due luoghi a piano terra con sopra li superiori, a fianco la corte da detta parte vi è un altro luogo con sopra li superiori inclusivamente fino al tetto, di dietro di detti luoghi vi è un cortile coperto con entro le scale di legno ed vano necessario, a mano sinistra entrando vi è un altro luogo a piano terra con sopra li superiori, a fianco la corte di detta parte vi è duoi altri luoghi con sopra superiore aperto dentro di detta porta vi è il portico con superiori inclusive al tetto; in faccia entrando vi è una cavenazza con doi altri luoghi a piano terra con portico avanti e sopra li superiori inclusive sino al tetto, di dietro un sito per giardino, corte con cisterna nel mezzo, duoi pozzi, altre scale, vasi con altre sue ragioni et pertinenze, li coherenza alla detta casa grande et casino sudetto dalla parte entrando la contrada detta del Marino, a mano sinistra entrando casa del signor Ludovico d’Adda et parte il streccione comune con altri vicini, et parte case degli heredi del Landranco, a man dritta entrando la casa della signora marchesa d’Este et parte il monastero di Santa Margherita, et parte Iacomo Filippo [***], in faccia entrando il monastero di Santa Margherita, la contrada de’ Duoi muri ed parte gli eredi del sudetto Lanfranco. L’incendio che seguì in detta casa grande fu il suo principio nella conserva, qual si trovava nel centro, cioè vicino alla cucina et legnera, dalla quale puoi tacchò nelle loggie rustiche vicine alli fenili carichi di fieno, ed andò continuando nell’appartamento tra la corte nobile e rustica e nell’appartamento sopra il streccione et verso strada, si che per tal incendio non tanto mancò tutti gl’edifitii ed servitii di cucina, squataria, stalle, fenili, legnera, conserva, ma anco parte dell’appartamento da nobili; di più per rimediare al fuoco si rovinarono li tetti degl’altri luoghi tagliando li legnami et far deroccare li coppi, si che rimane delle quatro parti di detta casa tre discoperte, per il che considerando che tutto l’appartamento verso strada è discoperto di tetto, parte del quale è abbruciato affatto e l’altra parte di detto tetto ruinata dal soccorso dato, parte della soffitta sono abbruciate che coprivano le camere de nobili, et parte pet il carico de coppi et legnami caduti che sono sfondrati sotto li pavimenti, l’appartamento a man sinistra entrando non tanto sono abbruciati li pavimenti, soffitti e tetti, ma cotti li muri che a mio parere stimo volendola restaurare nel primo stato che gli abbino da raffare del tutto; sopra la cucina con una camera annessi e sopra la dispensa restano scoperti, con parte del muro da reffare da piedi sino alla cima, tutte le camere sopra il streccionevanno ricoperte di nuovo con il suo legname e il va fatto le soffitte, li serramenti di detti luoghi con suoi telari d’invetriata, che così prima erano sono la maggior parte abbruciati et parte ruinati nel lavargli con quell’impeto fuori della muraglie in tal occasione. Si che considerato e misurato la ristauranze da farsi per ritornare detta casa grande nel primo stato, stimo che vi anderà lire treantaquatromilla seicento imperiali dicto lire 34.600. Et considerando il valore di detta casa grande nel stato presente, mancando li servitii principali, che sono cucina, dispensa, conserva, legnara, stalla, fenile, luoghi pertinenti e più della metà dell’abitazione da nobile, non vi è solo che parte dell’abitazione da nobile da considerare, ed il sito da’ redificare con il materiale che si trova, che al mio parere stimo valere in tutto, compreso il detto casinoi, qual è vecchio e debolissimo, lire trentasei mille imperiali, dicto lire 36.000. E questo è quanto riferisco humilmente al senato eccellentissimo per mio parere e con mio giuramento servendoli divotissimamente. Milano, 11 gennaro 1659. Sottoscritto Giovanni Bendetto Bigarolo, ingegnero collegio di Milano.

 

27.

1710-1785.

ASMi, Archivio Andreani Sormani Verri 414.

Sunto dei documenti relativi alla casa in Santo Stefano ad Nosiggia affittata ai Guidoboni e relativi agli anni 1650-178. Sono riassunti i documenti legati all’acquisto del 17 agosto 1707, notaio Federico Maggi per il prezzo di 48.000 lire imperiali, con la ratifica del Francesco Riva del 1710 maggio 19. La descrizione del 1766 in cui si menzionano le “logge al piano superiore e del portico diviso in dodici campi da docici colonne che gira intorno alla corte”, nonché la cessione del 7 giugno 1785.

 

28.

De Pagave, Dialogo tra un forestiere ed un pittore che si incontrano nella basilica di San Francesco Grande in Milano, Milano, Civica Biblioteca d’Arte, ms. XVIII sec., D.221, vol. II, cc. 300-304.

Quanto è semplice la sua facciata e l’ornato della porta ellegante, tanto più risplende di dentro il lusso nelle pitture e negli ornati. Il cortile, piuttosto spazioso, vien contornato da portici sostenuti da colonne. Quello d’ingresso e l’altro di contro sono larghi e graziosi, all’opposto de’ laterali ritenuti più angusti. Superiormente vi furono ne’ tempi addietro eguali portici, ma in oggi si sono conservati aperti soltanto quelli di fianco, per servire di comunicazione agli appartamenti verso strada e verso il giardino. La scala che conduce a’ superiori non può essere meglio intesa.

Questa casa fu tutta dipinta al di dentro del cortile e le pitture, che nella maggior parte si conservano, tuttavia, in buon essere ne’ volti de’ portici e nella sala terrena verso il giardino, giustificano il buon gusto di chi la fece innalzare e la scelta degli artefici impegnati a quest’opera. De’ due portici principali ne vedrete adornata la volta con molte figure di stucco e pitture; li due laterali sono dipinti ad ornati. Se mi chiedete di questi ornati e delle volte della scala, direi che fossero di Bramantino e tutte le altre, non escluse quelle della gran sala a pian terreno, sarei di parere che fossero del poco fa citatovi Pellegrino Pellegrini, con distinzione però che quelle de’ portici sono dipinte a fresco e le esterne della sala adoglio. Il volto di questa rappresenta il Giudizio di Paride desunto perfettamente dal disegno fattone da Raffaello riportato in rame da Francesco Raimondi e qui fedelmente ricopiato in ogni sua parte: sennonché, trovatosi il vano del volto capace di maggior numero di figure, il pittore vi ha giudiziosamente introdotto alla mano dritta un cigno che sorte fuori da un fiume e dalla banda sinistra un bue bianco, tenendo così buono nel di più tutto il concetto della favola prima disegnata dal gran Raffaello. Di questa pittura, che conserva le figure in misura quasi naturale, ne ho fatto io stesso il confronto con la carta in mano del Raimondi. Gli ornati delle lunette di questa sala sono d’altra mano. È pure da osservarsi nella medesima stipite del camino disegnato da Bramante con molta maestria.

Voi mi avete descritto la favola dipinta nel volto della sala, ma nulla mi diceste fin qui delle pitture che adornano li volti de’ portici, le quali per essere del Pellegrini le suppongo assia belle, avendomi voi poch’anzi accennato che fosse grande imitatore di Michelangelo e nel colorito del Bagnocavallo.

Vi soddisferò prontamente. Parmi che le istorie rappresentino alcuni fatti della Guerra Troiana. Se poi ho da darvi il mio sentimento sul disegno e colorito di questi volti, li ritrovo tanto belli che non saprei quall’altro de’ nostri pittori potesse eguagliare, non che superare, questo accreditato maestro. Andate a vederli che ne resterete al par di me persuaso.

 

29.

1803 agosto 23,

ASMi, Notarile 48649, notaio Giovani Battista Giudici.

Il procuratore di Carlo Imbonati vende a Luigi Francesco Blondel il suo palazzo milanese. In allegato lettera autografa dell’Imbonati da Parigi con la quale da disposizione che la rendita derivante dalla vendita del palazzo passi a Giulia Beccaria.

 

30.

1804 ottobre 9,

ASMi, Catasto 1998.

Il cittadino Francesco Luigi Blondel di Milano fatto acquisto del cittadino Giovanni Carlo imbonati delle due case site in questa città l’una sotto l’antica parrocchia di Santo Stefano in Nosiggia al n. 51 ora parrocchia di San Fedele contrada del Marino al civico 1138 l’altra sotto la parrocchia della metropolitana al n. 10 contrada dei due muri al civico 1035 con rogito del 23 agosto 1803 del notaio Giovanni Giudici.

 

Bibliografia estesa:

Andreozzi, Mirabile 2003 = L. Andreozzi, D. Mirabile, Nuovi spunti di indagine su Sant’Angelo Vecchio a Milano, in «Solchi», 7 (2003), pp. 82-85.

Caimi 1874 = A. Caimi, Il Museo Patrio di Archeologia, in «Bollettino della Consulta Archeologica del Museo storico artistico di Milano» in «Archivio Storico Lombardo», 1 (1874), pp. 3-10, p. 7

Carotti 1898 = Giulio Carotti, Relazione sulle antichità entrate nel Museo Patrio di Archeologia in Milano (Palazzo di Brera) nel 1897 e nel 1898, «Archivio Storico Lombardo», 24 (1898), pp. 356-399.

Covini 1998 = Maria Nadia Covini, L’esercito del duca. Organizzazione militare e istituzioni al tempo degli Sforza (1450-1480), Roma 1998.

Covini 2012 = Maria Nadia Covini, L’inventario del palazzo milanese di Tristano Sforza (1478), in Squarci d’interni. Inventari per il Rinascimento milanese, a cura di E. Rossetti, Milano 2012, pp. 46-69.

Giulini 1916 = Alessandro Giulini, Di alcuni figli meno noti di Francesco I Sforza duca di Milano, in «ASL», 43 (1916), pp. 29-52.

Martinis 2016 = Roberta Martinis, Il palazzo di Gian Giacomo Trivulzio a Milano: documenti, pietre, calze e maestranze, «Arte lombarda», 176/177, 1/2 (2016), pp. 85-92.

Mezzanotte, Bascapè 1968 = Paolo Mezzanotte, Carlo Giacomo Bascapè, Milano nell’arte e nella storia, Milano 1968.

Morandotti 2001 = Alessandro Morandotti, Palazzo Passalacqua, poi Palazzo Seufferheld, poi Palazzo Bergamasco, in Milano neoclassica, a cura di Ferdinando Mazzocca, Alessandro Morandotti ed Enrico Colle, Milano 2001, pp. 303-313.

Rossetti 2011 = E. Rossetti, Una questione di famiglie. Lo sviluppo dell’osservanza francescana e l’aristocrazia milanese, in Fratres de familia. Gli insediamenti dell’Osservanza minoritica nella penisola italiana (sec. XIV-XV), a cura di L. Pellegrini e G. M. Varanini, “Quaderni di storia religiosa” 2011, pp. 101-165.

Rossetti 2013 = Edoardo Rossetti, Il palazzo di Tristano Sforza in San Fedele a Milano, in Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco. Scultura lapidea, vol. 2, a cura di M.T. Fiorio, Milano 2013, pp. 416-429, schede nn. 810-812.

Ritrovare Milano 1988 = Ritrovare Milano. La memoria della città, a cura di Antonio Sartori, Faenza 1988.

Tissoni Benvenuti 1989 = Nicolò da Correggio e la cultura di corta nel Rinascimento padano, a cura di Antonia Tissoni Benvenuti, Reggio Emilia, Cassa di Risparmio, 1989.