Milano, via Torino, casa Salimbeni (Palazzo della Credenza di Sant’Ambrogio)

Casa Salimbeni in via Torino (Palazzo della Credenza di Sant’Ambrogio).

Edoardo Rossetti

 

Disegni Paravicini: BAMi, III. St. E. XIV, volume 25, tavole 20-32; S.P.II.217, quaderno 5, cc. 1-11.

I disegni di Paravicini di questa casa sono esposti all’esposizione nazionale di Torino del 1884 come risulta da Torino 1884, p. 119, n. 265: «Milano: Avanzi rinvenuti presso il Castello – Piazza del Duomo – Avanzi del cortile del Banco Mediceo – Finestra di una casa – Avanzi di una torre e di un ponte al Canobbio (sic) – Cortile casa n. 74 in via S. Maurizio – Avanzi della casa Marliani in via Monte Napoleone – Casa Salimbeni – Casa in via Torino – Basilica di San Vincenzo in Prato (un album di tavole 50)». Corrisponde almeno in parte al volume 25 (BAMi, III.St.E.XIV), già denominato Ducato di Milano, volume 11.

L’alzato del cortile interno di Casa Salimbeni in via Torino con particolari dei vari capitelli in Paravicini 1878, tav. 42.

©Veneranda Biblioteca Ambrosiana/Mondadori Portfolio.

 

 

Milano, Porta Romana, parrocchia di San Satiro, seu San Galdino.

Milano, via Torino (edificio scomparso).

 

Paravicini si interessa delle preesistenze dell’edificio sito in via Torino angolo via Dogana nel febbraio 1869 (data annotata sui quaderni), l’anno in cui la struttura è demolita. L’architetto si incuriosisce dei molti eterogenei motivi architettonici presenti nello stabile senza riuscire a ricostruirne la complessa storia: da quanto recentemente ricostruito la struttura occupa infatti parte degli spazi già sede nel XIII secolo della Credenza di Sant’Ambrogio, importante organismo della Milano comunale.

Tra i disegni del Paravicini, quelli di casa Salimbeni hanno particolare fortuna. La casa è oggetto di un contributo edito dello stesso (Paravicini 1874, p. 27, tavv. 11-16). Nella loro ricognizione della Milano sparita Mezzanotte-Bascapè ([1948] 1968, p. 80) ricordano: “prima a sparira [da via Torino] fu la casa Salimbeni al numero 3225 della numerazione di Maria Teresa, di cui abbiamo un diligente rilievo di T. V. Paravicini. Aveva al piano terreno un portichetto su colonne a capitelli scudati, avanti di pitture all’altezza di un secondo piano; e, nel fondo del cortile, un pozzo a muro di forme non consuete”. Alla casa Salimbeni sono dedicate due schede durante gli anni Ottanta del Novecento usando il materiale grafico di Paravicini, ma non sciogliendo la storia e l’identificazione dell’edificio Barbara 1986, pp.  205-207, scheda n. 1.2; Patetta 1987, pp. 305-307).

A dimostrazione del complesso sistema di studio di Paravicini, solo parzialmente ricostruibili nell’attuale condizionamento archivistico, l’architetto affianca ai disegni dei quaderni e alle tavole dei volumi una descrizione attualmente inserita in BAMi, R 260 inf. su ampi fogli delle dimensioni dei volumi sopra i quali si registrano i commenti alle tavole. La descrizione così recita: «tav. XV casa Salimbeni nell’angolo della via de’ Pennachiari colla via della dogana distrutta nel 1869 questa casa presentava alcun che all’esterno che potesse attirare l’attenzione tanto era travisata da ristrutturazioni e riadattamenti sovrapposti gli uni agli altri nella demolizione però lascò intravedere la prisca ossatura consistente in due corpi elevati alle estremità della facciata come due torri quadrate nel corpo di mezzo si scopersero due finestre arcate a tutto sesto contornate da semplici sagome in laterizio. Dell’interno non rimaneva che il cortile di forma rettangolare circondato da portici. Sopra i due lati AB – BC girava una loggia decorata da candelabri che reggeva con architrave di legno un fregio altissimo forse dipinto ed una cornice in laterizio che però non conservasi che sul lato AD. Sopra la loggia del lato AB ne correva un’altra decorata pure da candelabri simili a quelli del piano inferiore che reggevano come quelli una trabeazione di legno fregio dipinto e cornice in laterizio. Nella demolizione del lato CD si rinvennero murate e forse in posto due colonne cilindriche assai esili con un anello nel mezzo in pietra serpentinosa in corrispondenza alle colonne centrali del porticato terreno il che fa supporre che là pure girasse una loggia coperta. Nel cortile erasi un pozzo che venne distrutto i capitelli i candelabri e le colonne vennero poste in opera dal capo mastro Ortelli nella sua casa di via [spazio bianco]». In effetti i resti della dimora, non solo del pozzo, furono ricoverati in via Rossini, 3 nella casa fatta costruire tra il 1871 e il 1887 da Paolo Ortelli. Qui si conservano ancora 14 candelabre che sono evidentemente provenienti da casa Salimbeni, tutte le colonne del primo cortile sono provenienti da questo fabbricato, comprese le sei colonne della Credenza di Sant’Ambrogio (quelle anellate) nell’androne e altre due nei padiglioni che si affrontano a metà del cortile; in casa Silva-Ortelli confluiscono anche così come i resti del Palazzo Marliani in via Montenapoleone.

Più composte le indicazioni che Paravicini da alle stampe un breve articolo nel primo numero dell’Albo dell’Architetto riproducendo una facciata del cortile e le tavole con i particolari dei vari capitelli (Paravicini 1874, p. 27, tavv. 11-15): «Questa casa, demolita per lasciar posto alla nuova piazza del Duomo ed allo sbocco in questa della via Torino, non presentava alcun che all’esterno, che potesse attirare l’attenzione, tanto era svisata da ristauri e riadattamenti sovrapposti gli uni agli altri; nella demolizione, però, lasciò intravedere la prisca ossatura consistente in due corpi elevati alle estremità della facciata, come due torri quadrate; nel corpo di mezzo si scopersero due finestre arcate a tutto sesto, contornate da semplici sagome in laterizio. Dell’interno, non rimaneva che il cortile di forma rettangolare circondato da portici, formati da dodici colonne ad elegantissimi capitelli (tav. XII, XIII) reggenti archi semicircolari, salvo nei due lati BC, AD (tav. XIV, fig. D) i quali essendo d’alcun poco più brevi, per raggiungere l’altezza degli altri, gli archi in quei lati avevano alquanto peduccio. Sopra i due lati AB, BC girava una loggia coperta, decorata da candelabri (tav. XI, tav. XIV, fig. B) che reggevano architrave di legno, un fregio altissimo, forse dipinto, ed una cornice in laterizio (tav. XIV, fig. A) che però non conservavasi che sul lato AD quasi intatta, ma che negli altri lati era intieramente sparita. Sopra la loggia del alto AB, ne correva un’altra, decorata pure da candelabri simili a quelli del piano inferiore, che reggevano, come quelli, una trabeazione con architrave di legno, fregio dipinto e cornice in laterizio (tav. XV). Nella demolizione del lato CD si rivennero murate, e forse in posto, due colonne cilindriche assai esili, con anello al mezzo, in pietra serpentinosa (tav. XIV, fig. C) in corrispondenza alle colonne centrali del porticato terreno, il che fa supporre che là pure girasse una loggia coperta. Al piano terreno esisteva l’elegantissimo pozzo in calcare chiaro rappresentato alla tav. XVI. Niun documento ci porge il nome dell’architetto di sì elegante costruzione, né l’anno, né il proprietario; nessuno stemma si è rinvenuto, che possa metter sulla via delle ricerche; il De Pagave stesso che descrisse tutte le fabbriche del 1500, od in quel torno ancora esistenti in Milano al suo tempo (1770), non fa alcun cenno i questa. La decorazione, principalmente nei capitelli del piano terreno e nelle logge, caratterizza questa casa come fabbricata fra il 1510 ed il 1520. La facciata, però, ed alcune colonne trovate murate nelle case adiacenti, e che per la ricorrenza dei muri facevano certamente aprte di questa, mostransi di mezzo secolo anteriori, ed è assai probabile, per non dire certissimo, che nel secolo XVI non venne che ristraurata ed arricchita nell’interno, come venne fatto in molte altre case dell’istessa epoca, delle quali avrò occasione di parlare altra volta. Nel secolo XV e nella prima metà del XVI tutte le case in Milano erano costruite di camere aventi una prota d’ingresso sopra le logge, che circondavano il cortile. Il cortile, poi, costantemente circondato da portici, almeno da due lati, aveva l’ingresso in corrispondenza ad un’ala di portico (tav. XIV, fig. D), e qualche rara volta all’ultima arcata, non mai in corrispondenza dell’asse del cortile, come usasi ora. Sopra questa disposizione avrò sempre a chiamare l’attenzione de’ miei lettori, essendo uno dei caratteri, che può guidare a criteri storici».

Nei suoi appunti disposti come un abecedario di termini architettonici, queste colonne «anellate» di casa Salimbeni sono testimoni di un gusto medievale che si trasmette al rinascimento e accostate a quelle del portale milanese di Santa Maria delle Grazie passando di esempio in esempio fino a quelle di Philbert De L’Orme per le Tuileries (BAMi, R 252 inf). Se Paravicini si sofferma sulla varietà dei capitelli, sulle candelabre rinascimentali, sui fregi dipinti (riproducendo efficacemente una porzione), ma anche sulla generale impostazione della fabbrica, la sua attenzione sembra attirata proprio dalle due colonne più antiche del complesso trovate murate al secondo piano nell’ala in faccia all’ingresso segnata nei quaderni con la lettera  L’architetto torna su questi elementi anche in una sorta di vocabolario architettonico “Anellata = (colonna) = durante il Medio Evo e principalmente nell’ultimo periodo artistico si usò ornare il fusto delle colonne con un anello che in moltissimi esempi è di diverso materiale di quello del gusto. Quest’uso modificato secondo il gusto ebbe una grandissima applicazione sullo stile del Risorgimento e si protrasse anche dopo. Quali fossero i primi esempi di tali genere di descrizione è difficile indagare, quello che è certo però si è che in Francia la si mette nelle invenzioni […]. Una delle forme più usitate di questi anelli nel XIV e XV secolo è quella rappresentante nella fig. A presa dalle colonne che ornavano la loggia superiore della casa Salimbeni a Milano opera del principio del XV secolo demolita” (BAMi, R 252 inf).

I particolari di queste colonne policrome di pietra serpentina con anello in pietra rosa di Angera e base in marmo nero e bianco sono rappresentati in BAMi, III. St. E. XIV, volume 25, tav. 28; S.P.II.217, quaderno 5, c. 10r. Lo stemma con le iniziali F. C. S. A. (acronimo per Fides Credentia Sancti Ambrosii) sono intese da Paravicini come l’intreccio di una T e una S. Questi capitelli ancora esistenti in casa Silva-Ortelli sono particolarmente interessanti per l’uso della capitale romana; un uso che a queste date potrebbe essere notevole per comprendere il contesto culturale visconteo. Inoltre le colonne hanno un rapporto 1/10 risultando molto snelle e la loro policromaticità permette di ricostruire l’immagine di una loggia estremante elegante, variopinta che doveva coronare probabilmente due i due piani dell’edificio trecentesco. Resti della più antica struttura trecentesca sono rilevabili anche in un semipilastro su base semiottagona alto due metri e mezzo e segnato da Paravicini con il numero 14 (S.P.II.217, quaderno 5, c. 4r). Sulla facciata dipinta dell’edificio, sbrigativamente descritto come «[casa] sull’angolo della via Pennacchiari ora distrutta» (Paravicini 1879, p. 148).

Nella parte più antica dell’edificio si posso identificare i resti della Credenza di Sant’Ambrogio risalenti probabilmente al rifacimento dell’edificio voluto da Azzone Visconti. Galvano Fiamma afferma che Azzone “fecit elevari turrim Credentie et turrim que est in latere Palatii Duodecim, que fuit antiquitus campanile Ecclesie Majoris” (Fiamma 1938, p. 20).

Anche Carlo Romussi ricorda l’edificio turrito ricordando l’elegante cortile “con tre ordini di logge sostenute da colonnette”, alcune delle quali con i capitelli cifrati e in nota riporta una notizia preziosa riferita da Pietro Ghinzoni nella quale si registra che nel 1485 la torre della casa era passata all’aromatario e speziale Taddeo Sormani e in quell’anno era stata colpita da un fulmine e demolita nella parte sommitale (Romussi 1912, II, p. 136, nota 3). Fonte principale del Romussi è la descrizione seicentesca di Giovanni Antonio Castiglioni già usata da Isaia Ghiron in un articolo sulla Credenza poi parzialmente trascurato (Ghiron 1876-1877, pp. 604-606).

La preziosa descrizione di Paravicini va quindi a completarsi con quella ricca di dettagli realizzata duecento cinquanta anni prima dall’erudito Giovanni Antonio Castiglioni nel testo Gli honori ecclesiastici di Milano (BAMi, D 266 inf, cc. 46v-69r; ms. BAMi, Trotti 163, cc. 188r-201v): «Tralascio hora di replicare l’autorià degli Historici già menzionati e dico che fino a questi di che noi viviamo si vede inpiede intera e ben all’ordine un’alta torre, che fa cantone all’antedette due contrade de Pennachiari et Berettari larghi con due balconi di una bottega in volta da sartore habitata. Fa cima a questa torre una batresca quadrata assai eminente al corso ordinario de tetti, da cui si scorge comodamente la maggior parte della città. Ha dalla parte verso la strada de Berretari un cortile attorniato da tre ordini di loggie posanti una sopra l’altra et sostenute da colonette con basi et capitelli all’usanza corintia, ma barbari, come ancora è del fusto della colonna per havere in vece della gonfiezza nel mezzo ove da greci viene chiamata entasi un ornamento rilevato in foggia di ferone ansato. Corre sotto le base di tali colonne un poggiuolo che serve per piedestallo non interrotto alle colonne et per parapetto alle loggie colle solite sue basette et cimatio. Si destende la casa unita a quella torre sin a quella contrada che risalta dalla dirittura delle botteghe che sono dal canto della Dogana et per havere una sol porta un padrone e d’una forma di sito distinto dall’altre case vicine si può credere che tutta fosse occupata dal tribunale della credenza. Da tute le quali cose si rende ancora più credibile che tale edificio servisse anzi ad uso publico che a persona privata. Aggiungiamo le pitture dalle quali è abbellita la facciata in ogni sua parte si di fanciulli fra di loro variamente scherzanti, si di figure di grandezza più che naturale rappresentanti le più degne fatiche d’Hercole, il quale come dio tutelare degli antichi Visconti, conti d’Angera, et insegna loro particolare in atto che tiene il leone per la coda (secondo che si sono il galvano). Si vede adornare la più nobil parte della facciata si d’arme et molte teste d’huomeni segnalati, si anco di varie cose ch’appresso si diranno tutte però esprimente et dichiaranti la qualità del luogo, la padronanza di chi governava il popolo, e l’autorità del tribunale della credenza. Ma fra tutte principale et chiarissima è la cifra o sia marcha formata da alcune lettere compartite in alcune cartelle tirate a modo di scudi d’arme di famiglie; queste sono la F. il C. l’S. e i A. le quali dalla controcifra si cognosce che volevano dire Fides Credentie Sancti Ambrosii. Tali marche parimenti si vedono scolpite in marmo nei capitelli delle colonne delle loggie entro la casa già descritte. Argomento parimente non oscuro che questa fosse la torre della credenza sono le divise della balzana nera e bianca che portavano i partegiani di tale tribunale come scrive il Corio (p.a. p.a. il fine), le quali si scoprono ancora nelle vesti d’alcune figure ivi dipinte. Provano altresì il medesimo le molte torri che si vedono divisate fra le cifre, con i colori appropriati alla famiglia Toriana, ch’hebbe i più degni et grande favore della credenza et d’essi si servì poi per la scala alla signoria e padronanza di Milano. Si fa ciò ancor più chiaro per le sagre imagini di nostra signora col figlio in grembo et di S. Ambrogio, protettore della credenza, in fra le quali (se si crede ad una scrittura privata che si trova presso un mercante di quel vicinato) era posta la figura di Martino della Torre in habito solenne di rettore et anziano della Credenza. Questa fecero levare i Visconti impadroniti che furono della città e giuriditione della credenza come figura di un loro nemico, e vi fecero dipingere le loro immagini in habito ducale con quelle di ss. Cosmo e Damiano, suoi particolari advocati, che sin hoggidì si conservano intiere. Sotto di questi fecero poi dipingere una gran vipera aggroppata nella maniera che serve per impresa della casa Visconte, qual dura sino al presente, quantuque guasta per lo balcone d’una bottega che poscia vi è stato fatto. Hora essendosi notato quel poco che vi è stato lasciato dalla longhezza de tempi di questo famoso tribunale della credenza passaremo a dir qualche cosa d’un monastero posto non molto lontano da esso».

Quanto descritto nel XVII e XIX secolo trova corrispondenze nella documentazione antica. L’Hospitium (palazzo) Credentie è ricordato in questa posizione nel 1288 nel documento, a volte creduto un falso, di divisione dei beni tra Pietro Visconti e i nipoti Matteo (il Magno) e Uberto; a questi ultimi è assegnato l’antico palazzo di famiglia sito appunto nei pressi della Credenza in un’aria parrocchiale allora indicata come afferente alla giurisdizione territoriale ecclesiastica di Santa Tecla (una delle versioni del documento in ASMi, Sforzesco, 1455, 1288 marzo 14).

Nel 1449 tra i beni camerali ducali venduti dal governo della Repubblica Ambrosiana compare il sedime sito in Porta Romana, parrocchia di San Galdino “subtus turrem” confinante da due parti con la strada e da un lato con i beni del comune di Milano “videlicet domus turris Credentie” (ASMi, Notarile 514, notaio Ambrogio Cagnola, cc. 724-734, 1449 giugno 19).

La presenza di proprietà dei Visconti, in specie degli eredi di Uberto, in zona è attestata dalla divisione dei beni tra Francesco e Guido di Battista Visconti, signori di Somma Lombardo e Agnadello. Nel 1473, è infatti assegnata a Guido la casa presso la Dogana confinante con i beni tenuti in parte da Taddeo Sormani (proprietario della torre) e di Giovanni Pietro da Gerenzano, il ricamatore ducale padre del più celebre Niccolò (ASMi, Piccoli Acquisti e Doni, n. 18, Pergamene dei Visconti di Somma, n. 15, 1473 aprile 3). Questa proprietà ritorna nel 1484 nella divisione tra i figli di Guido quando il sedime in San Satiro di Porta Romana è assegnato a Galeazzo Visconti conte di Busto Arsizio (ASMi, Notarile 1988, notaio Gervasio Bozzolani, 1484 febbraio 4 e 5). Quando Galeazzo amplia la propria casa inglobando anche quelle dei parenti Visconti eredi di Bartolomeo si registra che le proprietà acquisite sono dotate anche di logge su piazza, dato non comune per la situazione milanese, cfr. ASMi, Notarile 1881, notaio Antonio Zunico, Quinterno III, cc. 22v-30r, 1494 maggio 5. Il proprietario della torre della Credenza, Taddeo Sormani, è ricordato tra i confinanti ancora nel 1500, quando la casa del Visconti è sottoposta a confisca (ASMi, Finanze Confische 3229, fasc. «Galeazo Visconti confiscato», 1500 gennaio 9), mentre i suoi eredi tornano tra le coerenze del sedime descritto nel testamento di Galeazzo Visconti e legato in fedecommesso perpetuo ai discendenti dei propri fratelli (ASMi, Notarile 2541, notaio Boniforte Gira, 1503 settembre 4). Il palazzo di Galeazzo è completamente abbattuto per sfregio nei confronti del proprietario ribelle al re di Francia nel 1516: “Et in questi medesimi dì fu per li francesi gittata a terra la casa de monsignor Galeazzo Vesconte, per esser lui col re de’ Romani et la materia di quella fu trasportata in castello” (Prato 1842, p. 354). Nel 1519, il Visconti tornato proprietario dello spazio lo cedeva a terzi essendo la struttura irrecuperabile, rimaneva solo “apodiata volta marmorea porte dicti palatii”, cfr. ASMi, Notarile, 2560, notaio Boniforte Gira, 1519 luglio 21.

A prescindere dall’adiacente palazzo dei Visconti poco si conosce di quanto realizzato dal Sormani nella casa già della Credenza. Nel 1480, il Sormani fa permuta con Tommaso Grassi di alcuni beni e riceve in cambio di prati siti in pieve di Rosate il diretto dominio di due botteghe site ai piedi della torre della Credenza di Milano in parrocchia di San Galdino, ampliando gli spazi di sua pertinenza in questa zona (Archivio Storico della Fabbrica del Duomo, Case in Milano 255, fascicolo San Galdino, doc. n. 2, 1480 febbraio 21). Non è impossibile che allo speziale siano toccati gli spazi di abitazione verso il corso di Porta Ticinese con la torre, dove poteva tenere anche bottega su una delle arterie principali della città, mentre la corte interna descritta da Castiglioni e Paravicini possa essere stata l’abitazione del raffinato ricamatore Niccolò da Gerenzano. Nel 1512 la vicinia tra il Gerenzano e gli eredi Sormani è riaffermata ricordando anche gli accordi intercorsi tra Niccolò e Taddeo nel 1490, cfr. ASMi, Notarile 4508, notaio Giovanni Ambrogio Casorati, 1512 settembre 9.

Alla casa del Gerenzano ha dedicato alcune pagine fondamentali Maria Paola Zanoboni (2005, pp. 32-34) descrivendo un’abitazione con portici terreni e loggiati superiori compatibili con quanto visto in casa Salimbeni e descrivendo anche i termini delle cause tra Niccolò da Gerenza e Taddeo Sormani per problemi di vicinia. A conferma della pratica di dipingere le fronti di queste case, sulla quale si dilunga Castiglioni, Niccolò prevede in uno dei propri testamenti (1485) che sulla porta della sua casa si affreschi una Madonna del latte “de azuro marino et auro fino” (Zanoboni 2005, p. 77). Soprattutto si deve ricordare il ruolo di primo piano avuto dal ricamatore nel cantiere di Santa Maria presso San Satiro prima e in quello di Santa Maria del Giardino poi.

Che sia appartenuta al Sormani o al Gerenzano la dimora Salimbeni sul quale Paravicini dedica molte attenzioni è un tipico esempio di architettura civile “minore” del Rinascimento milanese, la tipica abitazione del ceto medio, che rivela però un importante innestarsi su costruzioni precedenti, la Credenza di Sant’Ambrogio appunto, in un processo di mutamento funzionale e riuso continuo degli spazi urbani tipico del panorama milanese.

 

Bibliografia estesa:

Barbara 1986 = Patrizia Barbara, in Milano ritrovata. L’asse di via Torino, a cura di Maria Luisa Gatti Perer, Milano, pp.  205-207, scheda n. 1.2.

Ghiron 1876-1877 = Isaia Ghiron, La credenza di Sant’Ambrogio o la lotta dei nobili e del popolo in Milano (1198-1292), in «Archivio storico lombardo», 3 (1876), pp. 583-609; 4 (1877), pp. 70-123.

Fiamma 1938 = Galvano Fiamma, Opusculum de rebus gestis ab Azone, Luchino et Iohanne Vicecomitibus ab anno MCCCXXVIII usque ad annum MCCCXLII, a cura di C. Castiglioni, Rerum Italicarum Scriptores, XII/4, Bologna, Zanichelli, 1938.

Paravicini 1874 = Tito Vespasiano Paravicini, Casa n. 1 in Via Torino in Milano, in «Albo dell’architetto», 1 (1874), p. 27, tavv. 11-15.

Paravicini 1878 = Tito Vespasiano Paravicini, Die Renaissance-Architektur der Lombardei. L’architettura del Risorgimento in Lombardia. L’architecture de la Renaissance en Lombardie, Dresden, Gilbers, 1878.

Paravicini 1879 = Tito Vespasiano Paravicini, Le Arti del disegno in Italia. Storia e critica. Parte terza: l’Evo moderno, Milano, Vallardi, 1879 (data della prefazione).

Patetta 1987 = Luciano Patetta, L’architettura del Quattrocento a Milano, Milano, CLUP, 1987.

Prato 1842 = Giovanni Andrea Prato, Storia di Milano scritta in continuazione ed emendazione del Corio dall’anno 1499 al 1519, «Archivio Storico Italiano», 2 (1842), pp. 217-418.

Torino 1884 = L’ingegneria, le arti e le industrie all’esposizione nazionale del 1884. Divisione I. Belle Arti. Catalogo Ufficiale, Torino, Uninione Tipografico-Editrice, 1884, pp. 119-120.

Zanoboni 2005 = Maria Paola Zanoboni, Rinascimento sforzesco. Innovazioni tecniche, arte e società nella Milano del secondo Quattrocento, Milano, CLUEB, 2005