Milano, Casa in via Giuseppe Meda, 3

Casa in via Meda alla Montagnola (dal palazzo di Cicco Simonetta)

Disegni Paravicini: BAMi, III.St.E.XIV, volume 23, tavv. 19-23 (numerazione originale a matita tavv. 16-20).

Bibliografia: Carotti 1895, pp. 456-459; Sant’Ambrogio 1905; Patetta 1987, p. 421; La Guardia 1989, p. 137, doc. 1090; Rossetti 2014.

Tito Vespasiano Paravicini disegna con attenzione una palazzina abbastanza nota nella Milano di fine XIX secolo distrutta nel marzo 1894. La casa si trovava in località Montagnetta, fuori Porta Ticinese lungo l’asse parallelo al Naviglio pavese nel borgo di San Gottardo (poi corso San Gottardo, via Giuseppe Meda). Risulta complesso riconoscere il proprietario della palazzina in data anteriore a quanto si ricava dai registri del settecentesco Catasto teresiano. In questa sede l’edificio identificato nella scheda dei Corpi Santi tra porta Ticinese e porta Ludovica con il numero 81 risulta appartenere con l’ampio perticato attiguo al nobile piemontese Giovanni Battista Curioni. Si trattava di un edificio – un semplice parallelepipedo posto tra il corso e il giardino – della seconda metà del XVI secolo recante sulla fronte affreschi di scuola luinesca. Nel porticato interno erano stati riutilizzati cinque capitelli marmorei del XV secolo poggianti su colonne di sarizzo. uno di questi era un semplice capitello su base ottagona corinzieggiante. Gli altri quattro erano capitelli del tutto particolari.

I capitelli più belli (ora nelle collezioni civiche n. inv. 863, 1100bis, 865, 1161bis, 1105bis; pervenuti all’allora Museo Patrio di Archeologia come dono del proprietario dell’immobile Domenico Capllei) rappresentano una singolare variante di un ordine composito bipartito. L’abaco formato da un listello e una gola rovesciata è decorato su tutte e quattro le facce da rosette. Delle rosette compaiono in luogo del ricciolo delle volute nel pulvino; quest’ultimo è dotato di balaustrino serrato al centro da un balteo dal quale si dipanano specularmente una serie di foglie d’acqua alle quali segue verso la voluta una superficie quasi rudentata. Sotto l’echino a ovuli e l’astragalo si dispone una peculiare fascia a squame arrotondate su tre registri. Al di sotto di questa corre un collare modanato con un listello, una gola rovesciata e due tondini. Otto foglie d’acanto, quattro a ogni lato dello scudo, si generarono dal collarino e si dispongono a corona nella porzione inferiore del capitello sovrapponendosi elegantemente alla modanatura centrale fino all’altezza della gola rovesciata.

Sulle targhe a testa di cavallo di tre capitelli ricorrevano i medesimi stemmi rappresentati su una faccia il celebre biscione visconteo, mentre sull’altra un più complesso emblema trinciato in due campi da una banda montante una stella, con un partito superiore occupato da due teste di drago rivolte a sinistra e uno inferiore con due leoni affrontati. Un capitello simile ai precedenti ma più rozzo presentava su una faccia uno scudo raschiato, mentre l’altro recava due leoni rampanti a sinistra in un trinciato diviso da banda senza stella. Infine, sul semicapitello era scolpito un più piccolo e raffinato scudo a testa di cavallo recante alternati tre gigli e tre rose.

Già il Carotti intuiva che l’eterogeneo insieme di elementi che componevano la casa di via Meda fosse il collage di «materiali raccogliticci» provenienti da altri edifici della Milano rinascimentale oggetto di successivi interventi di manomissione e trasformazione. Annotava ad esempio che il capitello recante lo stemma «coi due leoni rampanti a sinistra»  (n. inv. 1105bis, ora in deposito presso gli Uffici comunali di via Larga) fosse «alquanto più basso degli altri e di lavorazione più grossolana», «eseguito con ferri a pettine» probabilmente nel XVII secolo ( Carotti 1895, pp. 456-459).

Un’importante pista per l’identificazione – comparsa su una sede marginale e di seguito completamente trascurata – degli emblemi e dei committenti dei capitelli marmorei era fornita da Diego Sant’Ambrogio, studioso poliedrico particolarmente attento ai resti della Milano antica allora in disfacimento. Sostenuto dall’araldista Carlo Marozzi, il Sant’Ambrogio identificava lo stemma del semicapitello con rose e gigli come quello dei pavesi Mezzabarba, mentre per il più complesso emblema appaiato alla vipera viscontea («banda trasversale caricata di una stella, due teste mozzate di grifoni, volti a sinistra nel campo superiore, e due leoni rampanti ed affrontati nel campo inferiore») riusciva ad accostarlo al sigillo personale del primo segretario Cicco Simonetta. Il peculiare stemma non solo era affiancato a quello più tradizionale dei Simonetta, un leone rampante con lo scudo in palo (come nella lapide del segretario ducale Giovanni Simonetta, fratello di Cicco, in Santa Maria delle Grazie), nella cappella famigliare del santuario mariano di Rho, ma compariva in diverse lettere del carteggio sforzesco conservate presso l’Archivio di Stato di Milano. Proseguendo la propria digressione sull’argomento il Sant’Ambrogio ipotizzava dunque che i capitelli di via Meda provenissero in origine dalla casa di Gaspare Ambrogio Visconti, noto committente di Bramante e sposo di Cecilia Simonetta figlia di Cicco (Sant’Ambrogio 1905). Il sigillo del Simonetta non risulta però incluso nelle liste di Luigi Osio approntate per la pubblicazione del volume di sfragistica Impronte di sigilli pubblici e privati cavate quasi per intero dal carteggio ducale dei secoli XV e seguenti esistente presso i Regi Archivi di Milano (ASMi, Miscellanea storica, 112; ibidem, Sigilli, b. 2; Bazzi 1978). La conferma di quanto affermato da Sant’Ambrogio si ottiene comunque confrontando i sigilli allegati alle lettere personali di Cicco Simonetta e della consorte Elisabetta Visconti conservate in ASMi, Miscellanea storica, b. 9a (si veda in particolare per un sigillo ben conservato la lettera indirizzata da Cicco al figlio Giovanni Giacomo il 29 agosto 1478). Mentre la Visconti usava un sigillo bipartito con la vipera del campo di destra e lo stemma con banda caricata di stella, teste di drago e leoni nel campo di destra, il tutto accompagnato dalle lettere «E» e «I», Cicco recava il proprio peculiare e complesso emblema senza l’aggiunta della vipera affiancato dalle lettere «CI» e «SI».

I capitelli potrebbero essere dunque elementi di spoglio della dimora di Cicco Simonetta rimasta incompiuta al momento del suo arresto. Esisteva infatti in quella casa un braccio di portico incompiuto sovrastato da un salone che chiudeva a meridione il giardino interno all’isolato descritto come «la salla aperta sopra l’orto longa braza 43 et larga braza 9 e ¾ [ca. 25,4×6,9 m], con colone sei integre et due meze de sarizo, con li capiteli de marmoro, con someci 12, senza cello, alta braza 10 […], sopra dicta salla per fare una altra salla longa et larga ut supra alta braza 10 con someci 12, con lo tecto, senza cello» (ASMi, Notarile 2243, notaio Galeazzo Bolla, 1481 febbraio 14). A confermare ulteriormente la recente realizzazione del portico, rimasto «senza cello» a seguito della repentina chiusura del cantiere e di proporzioni monumentali completamente diverse rispetto al resto dell’impianto domestico, un documento di poco successivo alla stima – un risarcimento sulle pretese di Gaudenzio Colonna, conte di Amasia e genero di Cicco per la dote di Ippolita Simonetta – descrive questo spazio come «sala magna nova» (Ivi, 1481 agosto 6). Poco prima della sua caduta, il primo segretario sforzesco stava dunque ampliando la propria abitazione con l’aggiunta di questa ala di portico rimasta incompiuta con la sua cattura. A conferma di questo dato soccorre una lista di creditori nella quale si ricordano i pagamenti effettuati da Elisabetta Visconti, poco dopo l’imprigionamento del consorte (quando forse si pensava ancora a una soluzione meno tragica delle vicende famigliari e politiche del ducato), per il cantiere milanese: «magistro Zohanne da Cayrà picapedre per tuto dì 4 decembris, l. 55, s. 10, d. -; Polo fiolo de Zorzo de Giuxiano per resto de prede fornite per tuto dì suprascripto, l. 23, s. -, d. -; […] magistro Ambroso da Cernuscho lignamaro per tutto dì suprascripto, l. 135, s. -, d. -; […] Fabrica Maioris Ecclesiae Mediolani per marmore capitellorum sale, l. 64, s. 16, d. -; […] Nicolino da Casale per resto suo de le spese de la fabrica e lavorerio de la casa de Mediolano, per tuto dì 13 decembris, l. 67, s. 8, d. 6» (ASMi, Miscellanea storica 9a, 1479 dicembre 18, Lista di creditori del magnifico domino Cicho Simoneta ut infra annotati quali se hano a pagare secondo la rasone et accordio facti per loro cum la mgnifica madona Helixabeta, consorte de soa magnificentia, presente Nicolino da Casale e mi Gaspar Stadinerto da Cremona).

A seguito della condanna di Cicco e della definitiva confisca dei beni il palazzo fu frazionato in due porzioni: le case e le pertinenze di servizio con parte del giardino fu assegnato ai giuristi Pecchi, mentre l’ala aulica della residenza prospettante la contrada Solata fu data prima a Sforza Secondo Sforza e poi a Bernardino da Corte (la vicenda risulta riassunta in ASMi, Notarile 2922, notaio Bartolomeo Pagani, 1499 ottobre 14). Il grande portico incompiuto fu definitivamente snaturato e frazionato quando nel 1515 tre campate della struttura furono cedute a Filippo Visconti che aveva acquistato il sedime verso la contrada Solata, mentre le altre quattro campate con i relativi tre capitelli interi e un mezzo capitello restavano di proprietà di Giovanni Pietro Bizzozeri (ASMi, Notarile 3950, notaio Francesco Besozzi, 1515 novembre 20). Non è impossibile che alcuni di questi proprietari abbia successivamente venduto parte degli elementi architettonici della casa, non più compatibili con i nuovi usi all’edificatore della palazzina allora campestre di via Meda.

 

BAMi, III.St.E.XIV, volume 23, tav. 19 (numerazione originale a matita tav. 16).

©Veneranda Biblioteca Ambrosiana/Mondadori Portfolio

BAMi, III.St.E.XIV, volume 23, tav. 20 (numerazione originale a matita tav. 17).

©Veneranda Biblioteca Ambrosiana/Mondadori Portfolio

BAMi, III.St.E.XIV, volume 23, tav. 21 (numerazione originale a matita tav. 18).

©Veneranda Biblioteca Ambrosiana/Mondadori Portfolio

BAMi, III.St.E.XIV, volume 23, tav. 22 (numerazione originale a matita tav. 19).

©Veneranda Biblioteca Ambrosiana/Mondadori Portfolio

BAMi, III.St.E.XIV, volume 23, tav. 23 (numerazione originale a matita tav. 20).

©Veneranda Biblioteca Ambrosiana/Mondadori Portfolio

 

Bibliografia estesa.

Bazzi 1978 = Andreina Bazzi, Contributi allo studio dei sigilli in Lombardia. Il catalogo di Luigi Osio e la collezione dei sigilli staccati dell’Archivio di Stato di Milano, «Arte Lombarda», 49 (1978), pp. 105-111.

Carotti 1895 = Giulio Carotti, Relazione sulle antichità pervenute al Museo Patrio di Archeologia in Milano (Palazzo di Brera) nel 1894, in Bollettino della Consulta archeologica del Museo storico artistico di Milano, «Archivio Storico Lombardo», 21 (1895), 2, pp. 442-496.

Rina La Guardia, L’ Archivio della Consulta del Museo Patrio di Archeologia di Milano (1862-1903), Milano, Comune di Milano, 1989.

Patetta 1987 = Luciano Patetta, L’architettura del Quattrocento a Milano, Milano, CLUP, 1987.

Rossetti 2014 = Edoardo Rossetti, I capitelli della Montagnetta (via Giuseppe Meda 3) e la domus di Cicco Simonetta in via Broletto a Milano, in Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco. Scultura lapidea, vol. 3, a cura di Maria Teresa Fiorio, Milano, Electa, 2014, pp. 449-454, schede nn. 1410-1414.

Sant’Ambrogio 1905 = Diego Sant’Ambrogio, Nel Museo di Porta Giovia. I resti di una villa suburbana sforzesca, in «Lega Lombarda. Giornale politico quotidiano», domenica 12 febbraio 1905, n. 42, p. 2.