Milano, Bicocca degli Arcimboldi

Bicocca degli Arcimboldi 

Edoardo Rossetti

La Bicocca degli Arcimboldi non si annovera tra gli edifici rinascimentali ai quali Paravicini riserva particolari attenzioni, probabilmente perché quando l’architetto si dedica con maggiore solerzia a ritrarre la Milano del XV secolo, l’edificio appare come una cascina con sovrastrutture Cinque, Sei e Settecentesche inserita in un fondo agricolo della proprietà Busca.

Nonostante questo, la Biccocca è per la sua vicenda costruttiva e conservativa un tassello importante di questo percorso testimoniando con la fabbrica originale un capitolo importante del vivere in villa nel XV secolo, con la ristrutturazione Novecentesca di Ambrogio Annoni prima e di Pietro Portaluppi poi l’interpretazione e la reinvenzione del mondo rinascimentale milanese. L’edificio è, con il suo ciclo di affreschi, anche testimonianza preziosa di una precocissima idea di revival e interpretazione della memoria attuato in epoca sforzesca nei confronti di quella viscontea.

La “riscoperta” della Bicocca si deve essenzialmente a Luca Beltrami e al chiudersi del XIX secolo (Fumagalli, Sant’Ambrogio, Beltrami 1891, pp. 36-37, tav. XXVIII). Si inserisce di fatto in una generale, e in prospettiva parzialmente stucchevole ma inevitabile, operazione di ricondurre alla presenza dei Medici fiorentini la committenza di alcuni dei principali edifici lombardi del XV secolo. Non a caso nella tavola delle Reminiscenze si riproduce solo il cornicione che corre sotto la grande sala aperta del secondo piano “con motti Medicei”, DROIT e SEMPER, e Beltrami inserisce note sull’edificio nello studio dedicato alla Cascina Mirabello di Pigello Portinari (Grassi 1977, p. 59). Si tratta di una questione paradossale che condiziona fortemente i restauri dell’edificio; tanto che una sala a piano terreno sarà affrescata in stile con l’uso di questo motto a imitazione di una stanza della Mirabello, ma che forse contribuisce al salvataggio dello stesso immobile. Il motto era invece ampiamente usato anche dagli Arcimboldi come dimostra anche una porta dalla cornice fittile segnalata già da pure nelle Reminiscenze (Fumagalli, Sant’Ambrogio, Beltrami 1892, p. 57) appartenete a un palazzo, quello di corso Magenta angolo via Terraggio, allora pure creduto dei Medici, ma già in possesso fino al 1485 proprio di Guido Antonio Arcimboldi e poi del castellano Filippo Eustachi (Somaini 2003, I, pp. 86, 89-90, note 130, 133; Rossetti 2006). La proprietà Arcimboldi era comunque riaffermata già da Diego Sant’Ambrogio (1905) che ricordava anche l’esistenza di un antico camino marmoreo con lo stemma Arcimboldi nella dimora, poi spostato alla villa del Castellazzo.

Testimonianza fondamentale per la storia dell’edificio, come già rilevato da più parti e riaffermato con vigore da Liliana Grassi (1977, p. 49), è l’orazione dell’umanista Antonio Maria Conti, ovvero Marco Antonio Maioragio (sul quale Ricciardi 1983; Albonico 1990, ad indicem), in morte dell’arcivescovo Giovanni Angelo Arcimboldi entro la quale si ricorda la missione di Guido Antonio Arcimboldi presso Mattia Corvino re d’Ungheria e la testimonianza di questi fatti lasciati dall’Arcimboldi alla Bicocca:

 

post reditum suum in patriam, huius rei, faelicisque legationis, atque itineris monumentum in suburbano praedio superesse voluit. Extat enim adhunc in Bicocano quaedam amplissima porticus, variis picturis exornata, quibus totus eius legationis successus sigillatim, et accurate significatur (Majoragio 1582).

 

Questa indicazione è stata unanimemente accettata per datare la costruzione del portico settentrionale e la decorazione ancora visibile ai tempi di Annoni (1934, p. 18) e poi scomparsa, ma in generale tutta la riforma della fabbrica dell’edificio al 1488, data del ritorno dell’Arcimboldi dopo la legazione ungherese, e la casa è additata come esempio di abitazione di campagna a muro di spina al quale sarebbe stato aggiunto il grande porticato, una vera e propria sala grande aperta terrena  (Patetta 1987, pp. 296-299; Giordano 2019, p. 48-49).

La storia documentaria della proprietà è stata però chiarita solo in tempi molto recenti grazie agli studi di Francesco Somaini su Giovanni Arcimboldi, cardinale e fratello di Guido Antonio, al quale si possono aggiungere qui solo pochi altri dati documentari.

La casina della Bicocca si trovata al centro di una proprietà di oltre 1570 pertiche (circa 102 ettari) che Guido Antonio Arcimboldi aveva acquistato tra il 1471 e il 1483. Si tratta di un fondo enorme specie in rapporto alla vicinanza con il centro urbano; possessioni consimili a poche miglia dalla città non superano comunemente le 200/300 pertiche. Il fondo principale era un livello dell’abbazia di San Simpliciano concesso prima ai Castiglioni e poi in perpetuo all’Arcimboldi nel 1471 dal commendatario Giovanni Alimento Negri. A questo si aggiunse nel 1474 un’ulteriore proprietà con vigne e cascine ceduta all’Arcimboldi e a Luchino Bascapè da Marco e Gabriele Gallarati – banchieri amici di Bernardino Corio che possedeva una villa probabilmente simile a Niguarda – e già spettante a Bartolomeo Sovico; proprietà poi rilevata completamente dal solo Arcimboldi nel 1483 (Greci 1988, p. 24; Somaini 2003, I, pp. 112-114). Oltre a questi terreni dati a fitto dagli Arcimboldi a vari conduttori, immediatamente attorno all’edificio principale, definito palazzo con baltresca magna in un documento del 1501 (apprensione delle confische per ribellione di un terzo della proprietà: ASMi, Notarile 5083, notaio Giovanni Battista Bossi, 1501 marzo 6; purtroppo la descrizione del bene è in gran parte lacera), si trovava un giardino di 35 pertiche, poco più di due ettari, circondato da fossati, come attesta indirettamente lo stesso Guicciardini nel descrivere lo spazio in cui si svolse l’omonima battaglia (27 aprile 1522): “ove risiede un casamento assai spazioso, circondato da giardini non piccoli che hanno per termine fosse profonde” (Guicciardini, Storia d’Italia, XIV, 14). La dimora è spesso la residenza dell’arcivescovo di Milano, Guido Antonio Arcimboldi nonostante l’apertura del cantiere dell’arcivescovado e in alternativa alla dimora urbana di Santa Maria alla Porta (Somaini 2003, I, pp. 158-159, nota 36).

Dopo vari passaggi di proprietà, l’edificio diventa Pirelli nel 1918 e ospita prima l’asilo dei dipendenti dell’impresa, poi dopo il restauro di Portaluppi del 1953 diventa uno spazio di rappresentanza (Savorra 2003). È durante questo periodo che vengono eleminate le sovrastrutture Cinque e Seicentesche e la dimora è di fatto ricreata in stile con affreschi nel grande salone aperto del sottotetto volti a magnificare la famiglia Arcimboldi, pitture che si sono rivelati in gran parte falsi voluti dall’Annoni.

Se l’aspetto attuale della dimora è quello idealizzato del neo-sforzesco lombardo, un ciclo decorativo interno della dimora rivela una precoce attenzione degli Arcimboldi verso l’immediato passato. La sala con gli affreschi cortesi relativi alla vita di una coppia sembrano essere volutamente ricalcati forse a fine del XV secolo, ma visto il fregio forse anche qualche anno dopo, sugli stilemi della prima metà del Quattrocento.

Si tratta di un’ossessione per il passato assolutamente strumentale alla legittimazione della dinastia sforzesca, ma anche delle famiglie “nuove”, come quella degli Arcimboldi per la quale evidentemente avere una casa decorata in stile visconteo faceva gioco per la propria legittimazione politica, per altro legata come nel caso di altre casate guelfe (Simonetta, Trivulzio) alla carriera ecclesiastica e ai rapporti con la curia romana.

Come rilevato sia da Stefania Buganza (2008, pp. 157-159) che da Marco Albertario (2015, p. 35) sono continui questi giochi di specchi tra il passato visconteo e il presente sforzesco. I riferimenti sia per questioni di moda, cioè per abiti rifatti alla foggia degli affreschi viscontei, sia per necessità di rispesa diretta dei cicli del castello pavese.

Scrivevano ad esempio gli oratori mantovani per il 1468 e 1471 che prima vari cortigiani di Galeazzo Maria Sforza erano “tuti vestiti ad una livrea, cioè como è dipincto lo illustrissimo quondam duca Zohanne Galeazo suxo la sala a Pavia” (Carteggio MN, VIII, l. 7, p. 81), e poi che lo stesso duca aveva fatto realizzare “certe camore di raso turchino a stelle d’oro per la persona d’essa madonna e di parechie altre de le sue e vuole che vaddino tute con li capelli giù per le spale, e così le ho viste, che mi pare che stiano assay bene, et ha tolto questo abito e portatura di capo da la duchessa Margarita [alias forse Maria di Savoia], la quale è dipinta ne la sala del castello di Pavia a quel modo” (ivi, l. 217, p. 502), e ancora Zaccaria Saggi scriveva a Barbara di Brandeburgo da Pavia «oggi ho visto questa prefata madonna con le sue donzelle vestite in uno altro abito nuovo e portatura nuova di testa a la forma de quelle donne che sonno dipinte in castello» (ivi, l. 219, p. 507). È proprio nel mezzo di queste date, nel 1469, che si rinnovano le pitture del castello pavese non con un semplice ripristino ma con un vero e proprio restauro integrativo. Cicco Simonetta prescrive in modo, e così relazione al duca, che Bonifacio Bembo sta «seguendo pura la forma et misura se le dipinture vechie secondo l’ordene» e dove si dipinge un camino nuovo precedentemente non esistente «s’è pure dicto de sequire la forma delle depincture vechie» (Welch 1989, p. 374, doc. II.1).

In margine vale la pena di ricordare che l’ancora ricchissimo studio di Liliana Grassi contiene una sorta di breve censimento di dimore rinascimentali di campagna relativa alla sola provincia di Milano divise per tipologia di grande interesse perché rende conto di una serie di fabbriche scomparse e dell’esistenza di un fitto tessuto di dimore nobiliari campestri del XV secolo (Grassi 1977, p. 93, nota 27). Era puntualmente rievocato anche l’emergere, nel secondo dopo guerra, di inaspettati cicli pittorici cortesi in edifici un tempo nobili e siti in aree ora totalmente alterate come per la palazzina di Quarto Oggiaro, angolo via Mambretti, via Cinque Maggio (ivi, p. 98; Consoli 1965). Alcuni di questi temi sono stati recentemente ripresi nello studio della Cascina Boscaiola Prima (Salsi 2018-2019). La Bicocca andrebbe infatti reinserita in un paesaggio suburbano ricco dal punto di vista architettonico e decorativo ormai completamente perduto, ma sul quale sarebbe necessario fare uno sforzo ricostruttivo almeno sulla carta; la dimora di delizie Arcimboldi si relazionava nell’immediato con altre consimili palazzine come, per menzionare le più prossime topograficamente, la villa di Bernardino Corio a Niguarda (Langè 1972, p. 472) o quella di Giovanni Pietro Porro a Greco dalla quale provengono i dipinti di Bernardino Luini ora al Louvre (Quattrini 2019, pp. 185-188, schede nn. 29, 30). Si tratta di un patrimonio che meriterebbe un nuovo censimento, anche di quanto scomparso e una rilettura gerarchica di qualità di interventi e di mecenatismo.

 

 

Bibliografia estesa:

Albertario 2015 = Marco Albertario, Per un “profilo” dei duchi di Milano, in Arte lombarda dai Visconti agli Sforza. Milano al centro dell’Europa, catalogo della mostra (Milano, 12 marzo – 28 giugno 2015), a cura di Mauro Natale, Serena Romano, Milano, Skira, 2015, pp. 35-39

Albonico 1990 = Simone Albonico, Il ruginoso stile. Poeti e poesia in volgare a Milano nella prima metà del Cinquecento, Milano, Franco Angeli, 1990.

Annoni 1922 = Ambrogio Annoni, L’ edificio quattrocentesco della Bicocca presso Milano, Milano, Pirelli, 1922.

Annoni 1934 = Ambrogio Annoni, Di alcuni dipinti della Bicocca degli Arcimboldi. Nozze Castellini-Portaluppi, Milano, Ist. Romano di Arti Graf. di Tumminelli & C., 1934.

Annoni 1946 = Ambrogio Annoni, Scienza ed arte del restauro Scienza ed arte del restauro architettonico. Idee ed esempi, Milano, Edizioni Artistiche Framar, 1946.

Beltrami, Fumagalli, Sant’Ambrogio 1891 = Carlo Fumagalli, Diego Sant’Ambrogio, Luca Beltrami, Reminiscenze di storia ed arte nel suburbio e nella città di Milano, Milano, Pagnoni, 1891.

Beltrami, Fumagalli, Sant’Ambrogio 1892 = Carlo Fumagalli, Diego Sant’Ambrogio, Luca Beltrami, Reminiscenze di storia ed arte nel suburbio e nella città di Milano, Milano, Pagnoni, 1892.

Buganza 2008 = Stefania Buganza, Palazzo Borromeo. La decorazione di una dimora signorile milanese al tramonto del gotico, Milano, Scalpendi, 2008.

Giordano 1988 = Luisa Giordano, “Dilectissima tellus”. Ville del Quattrocento tra Po e Ticino, «Bollettino della Società Pavese di Storia Patria», 88 (1988), pp. 145-295.

Giordano 2019 = Luisa Giordano, Ancora sulle ville lombarde del primo Rinascimento, «Opus Incertum», 5 (2019), pp. 40-49.

Grassi 1977 = Liliana Grassi, Un esempio dell’architettura civile di campagna nel Quattrocento, in Liliana Grassi, Luisa Cogliati Arano, La Bicocca degli Arcimboldi, Milano, Pirelli, 1977, pp. 7-101, parzialmente ripubblicato in La Bicocca degli Arcimboldi, Milano, Skira, 2000, pp. 21-41.

Greci 1988 = Roberto Greci, Proprietà immobiliari, mobilità, carriere di una famiglia parmense del tardo medioevo: gli Arcimboldi, «Quaderni Storici», 23 (1988), pp. 9-36.

Langè 1972 = Santino Langè, Ville della provincia di Milano, Milano, Sisar, 1972.

Patetta 1987 = Luciano Patetta, L’architettura del Quattrocento a Milano, Milano, CLUP, 1987

Ricciardi 1983 = Roberto Ricciardi, Conti, Antonio Maria, in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 28, Roma 1983.

Rossetti 2006 = Edoardo Rossetti, L’incompiuto palazzo del castellano Filippo Eustachi in porta Vercellina (1485-89), «Archivio Storico Lombardo», 131-132 (2005-2006), pp. 431-461

Salsi 2018-2019 = Claudio Salsi, La Cascina Boscaiola Prima. Illusionismo decorativo e simbologia inedita nella Milano della prima metà del Quattrocento, «Rassegna di Studi e di Notizie», 40 (2018-2019), pp. 199-239.

Sant’Ambrogio 1905 = Diego Sant’Ambrogio, Noterelle d’Arte, in «Lega Lombarda», 1905.

Savorra 2003 = Massimiliano Savorra, in Piero Portaluppi. Linea errante nell’architettura del Novecento, catalogo della mostra (Milano, 19 settembre 2003 – 4 gennaio 2004), a cura di Luca Molinari, Milano, Skira, 2003, p. 144, scheda n. 61.

Somaini 2003 = Francesco Somaini, Un prelato lombardo del XV secolo. Il card. Giovanni Arcimbioldi vescovo di Novara, arcivescovo di Milano, 3 voll., Roma, Herder, 2003.

Welch 1989 = Evelyn Samuels Welch, Galeazzo Maria Sforza and the Castello di Pavia, 1469, «The Art Bulletin», 71 (1989), 3, pp. 352-375